CCS

Gli accordi possibili

In generale sia la Convenzione quadro, sia il protocollo di Kyoto, sia i diversi strumenti messi in atto in Europa, come l’ETS-EU (European Union Emissions Trading System), o il più noto accordo sul 20-20-20, hanno origine dall’assunto che le attività produttive o antropiche producono, oltre al loro valore economico, esternalità ovvero effetti negativi che ricadono sull’intera società.

Nel caso della CO2, poiché gli effetti sul clima globale sono noti ma i costi di mitigazione di un aumento incontrollato delle temperature sono difficilmente quantificabili, e i rischi connessi sono troppo elevati, si è preferito porre un vincolo quantitativo a livello di singole economie, anziché ricorrere agli usuali strumenti di internalizzazione delle esternalità, quali tassazione, pedaggi, o lo stesso ETS- UE - che è in definitiva un sistema di asta dei diritti di emissione tra i diversi operatori industriali europei.

Vero è che ciascuna di queste scelte per governare gli effetti delle esternalità implica un costo più o meno elevato a seconda dei casi. In quelle più semplici, ispirate al principio “chi inquina paga”, come ad esempio la tassa sui rifiuti dove è facile individuare i produttori di esternalità – in questo caso le famiglie – e sono facilmente quantificabili i costi di riduzione del danno – in questo caso: raccolta, riciclo e trattamento dei rifiuti - è relativamente facile internalizzare le esternalità, cioè riportare in carico agli inquinatori i relativi costi di mitigazione o riparazione.

In altri casi, come la riduzione delle emissioni di CO2, le azioni da intraprendere devono essere coerenti con l’obiettivo di ridurre il danno, serio e non unanimemente quantificabile, senza compromettere le possibilità di sviluppo di intere società. Queste due esigenze sono all’origine delle difficoltà registrate nel tentativo di aggiornare il Protocollo di Kyoto, di convincere i Paesi non firmatari ad aderire a nuovi accordi, di impegnarsi in misura maggiore per il comune obiettivo.

 

Alluvione Toscana

Immagine dell’esondazione del fiume Serchio in Toscana nel dicembre 2009.
10 milioni di euro il costo per ripristinare gli argini

 

Approfondimenti

La Direttiva 2003/87/CE sull’Emission Trading istituisce un sistema di scambio di quote di emissioni di gas effetto serra all’interno dell’Unione Europea, di tipo cap-and-trade. Sinteticamente, il sistema europeo di Emission Trading prevede la fissazione di un limite massimo (cap) alle emissioni realizzate dagli impianti industriali che ricadono nel campo di applicazione dalla Direttiva, attraverso un Piano Nazionale di Allocazione(PNA) nel quale viene assegnato un certo numero di quote di emissioni a ciascun impianto che rientri nelle categorie previste dalla direttiva. Ciascuna quota (European Unit Allowance) attribuisce il diritto ad emettere una tonnellata di biossido di carbonio equivalente in atmosfera nel corso dell’anno di riferimento o successivo. A partire dal 1° gennaio 2005, gli impianti hanno potuto esercitare la propria attività solo se muniti di un’apposita autorizzazione ad emettere gas serra rilasciata dall’autorità competente; la documentazione da presentare per ottenere l’autorizzazione ad emettere gas serra e quella per ottenere il rilascio delle quote di emissione è scaricabile nell'apposita sezione del sito del Ministero dell'Ambiente. Recentemente la Commissione europea ha lanciato un dibattito sull’opzione di modificare la struttura del sistema di emission trading in considerazione del fatto che la lunga crisi economica ha prodotto un surplus di titoli ( o diritti di emissione) che deprimendone il prezzo disincentiva azioni spontanee di riduzione certificata delle emissioni da parte degli operatori economici.

Nel giugno 2012 durante la conferenza Rio + 20 è stato adottato dai capi di Stato e di Governo il documento Il Futuro che vogliamo. Sulla rivista dell’ENEA, Energia Ambiente e Innovazione è stato pubblicato un commento interessante ai risultati raggiunti e non.