Sulcis: un caso, una opportunità

Presentiamo una sintesi[1] delle opzioni possibili riferite al destino industriale dell’area del Sulcis e riferita al grosso lavoro condotto da Sotacarbo (S.pa. a partecipazione ENEA e Regione autonoma Sardegna).

Il progetto integrato Sulcis

Le proteste dei minatori della Carbosulcis, che a fine agosto 2012 hanno occupato la miniera di carbone di Nurax'e Figus, a Gonnesa (provincia di Carbonia-Iglesias), per chiedere il finanziamento del progetto integrato “centrale-miniera” per la cattura e il confinamento geologico della CO2, hanno portato all'attenzione dell'opinione pubblica e di tutti i media, oltre alla pressante questione “lavoro”, anche le scelte sulle strategie di sviluppo industriale che il governo italiano è chiamato a intraprendere.

Il “progetto iminatori del Carbosulcisntegrato Sulcis”, indicato dai minatori della Carbosulcis come ultima opportunità per salvare miniera e occupazione, si configura in realtà come una grande sfida e iniziativa di innovazione tecnologica, elaborata in Sardegna da Sotacarbo in stretta collaborazione con ENEA, che si pone l’obiettivo di sviluppare, qualificare e rendere competitive sul piano economico soluzioni impiantistiche d’avanguardia basate sulle tecnologie CCS volte a limitare drasticamente, riducendo quasi a zero, le emissioni di CO2 prodotte da impianti termoelettrici alimentati a carbone.

Nato sotto la spinta della legge 99 del luglio 2009 e con l'intenzione di sfruttare i fondi previsti dal  bando NER 300 della Commissione Europea (che mette a disposizione i fondi derivanti da 300 milioni di quote di CO2, secondo l'Emission Trading System, per finanziare progetti dimostrativi su scala commerciale mirati alle CCS e a tecnologie innovative per le energie rinnovabili), il progetto originario prevedeva la realizzazione di una centrale termoelettrica, alimentata a carbone, avente una taglia di circa 450 MWe netti, dotata di impianti per la cattura e il confinamento del 67% della CO2 prodotta (corrispondente a quella emessa da una centrale termoelettrica dimostrativa da 300 MWe, la taglia allora indicata dall'UE per impianti dimostrativi di interesse comunitario). Il carbone utilizzato sarebbe stato per il 50% del Sulcis e per la restante parte di importazione e l'anidride carbonica, una volta “intrappolata” mediante trattamenti di separazione dai gas combusti prima del loro scarico al camino, attraverso un processo di disidratazione e compressione volto a trasformarla in un fluido denso che occupa molto meno spazio della forma gassosa, sarebbe stata pompata mediante iniezione in giacimenti acquiferi e strati di carbone a profondità fra 800 e 1.000 metri.

 

La situazione attuale

Il progetto integrato Sulcis originario, seppur concepito in coerenza con gli indirizzi del bando per poter richiedere il cofinanziamento europeo, ha tuttavia subito uno stop in quanto ancora lontano dalla cantierabilità.

Oggi (dicembre 2012), il progetto deve essere rimodulato sia per quanto riguarda l'investimento da stanziare che per la tipologia, per essere riproposto e valutato dai tecnici del Ministero dello Sviluppo Economico. Una prima ipotesi prevede di abbassare la potenza elettrica netta a 350 MWe, con CCS applicate alla decarbonizzazione dei gas di scarico equivalenti a quelli emessi da una centrale di 150 MWe.

Il costo complessivo, in questo caso, rimarrebbe ancora al di sopra del miliardo di Euro e sarebbe oggettivamente assai elevato, per gli investimenti iniziali e per le spese di esercizio principalmente a causa dell’energia necessaria nei processi di cattura, con un conseguente decremento dell’efficienza complessiva.

Gli extra costi complessivi, imputabili in 10 anni di esercizio, per un sistema CCS applicato ad una centrale da 250 MWe possono oscillare fra 1,2 e 1,7 miliardi di Euro: per questo motivo sono necessari finanziamenti aggiuntivi agli investimenti necessari a realizzare una centrale “convenzionale”, in assenza dei quali nessuna azienda potrebbe accettare la sfida.

Tuttavia, attualmente le tecnologie CCS, pur implicando ancora alti costi di investimento e di gestione, sono considerate essenziali per conseguire, su scala mondiale, gli obiettivi di stabilizzazione delle emissioni di gas serra al 2030 e al 2050, e sono candidate a modificare radicalmente le specifiche costruttive e di gestione dei futuri impianti termoelettrici (a carbone, ma tendenzialmente anche alimentati a gas naturale) con valide prospettive di utilizzazione in altri settori che prevedono processi produttivi generanti forti emissioni di CO2 (fabbricazione del cemento, siderurgia, petrolchimica). Per questo motivo, dunque, il rilancio dell'iniziativa nell'area del Sulcis comporterebbe un favorevole ventaglio di opportunità: investire oggi in ricerca e dimostrazione per vendere in futuro, sul mercato mondiale, un prodotto all'avanguardia; rilanciare un piano di sviluppo tecnologico per l’innovazione industriale; favorire la competitività dell’industria italiana nel mercato globale; risollevare lo sviluppo economico della Sardegna e in particolare del Sulcis Iglesiente con positive ricadute in termini occupazionali.

 

La scelta del Sulcis

Area Nuraxi FigusIl Sulcis si configura come area geografica ideale per un progetto che affianchi le tecnologie CCS per una serie di caratteristiche. Innanzitutto la presenza del bacino carbonifero: il tipo di carbone estratto nelle  miniere locali, anche se considerato “di bassa qualità”, è sempre più diffusamente utilizzato nel mondo e il suo alto contenuto di zolfo è un problema secondario, perché in ogni caso lo zolfo va rimosso prima della cattura della CO2.

Area del Sulcis Un secondo aspetto cruciale è legato allo stoccaggio della CO2. Le conoscenze maturate sulla geologia del Sulcis risultano molto rassicuranti, sulla base degli studi finora condotti, a partire dal 2004, da Istituti italiani, Università, e ultimamente da quotati organismi internazionali aggregati nella rete di eccellenza europea CO2GeoNet.
Infine, per quanto riguarda gli aspetti di sicurezza, l’area del Sulcis, e l’intera Sardegna, ha caratteristiche di sismicità che la rendono privilegiata rispetto ad altre aree e gli studi condotti dall’Università di Roma dimostrano che le caratteristiche del sottosuolo sono tali da renderlo praticamente stagno rispetto a possibili fughe di gas.

 

 

 


[1] A cura di Andrea Corleto, assegnista di ricerca presso l’Unità Tecnica Tecnologie Avanzate per l'Energia e l'Industria dell’ENEA.