Coworking: il valore delle relazioni

Esempi di economia del benessere: community che lavorano per ampliare le “capacità” delle persone

Bruna Felici e Marina Penna, ENEA

DOI 10.12910/EAI2018-018

 

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Le prime esperienze di quello che sarebbe diventato il coworking maturano verso la fine degli anni ‘90 in Europa e agli inizi del secolo negli USA. Fin dall’inizio, sono due le spinte principali che motivano le iniziative di lavorare insieme: l’idea di sfruttare la tecnologia per condividere esperienze e conoscenze e l’idea di unire le forze per sopravvivere.

Quando si parla di coworking oggi, ci si riferisce a community collaborative che poco hanno a che vedere con uffici condivisi o il mero affitto di spazi e servizi. Avviare un coworking vuol dire ragionare su una comunità collaborativa che produce valore a livello di skill formativo e di “capability”[1] oltre che di fatturato e di reddito. Nei molteplici assetti in cui viene declinato, il coworking intercetta i processi di trasformazione del modo di vivere e di lavorare in atto nella nostra società che orientano verso la condivisione di risorse e di esperienze. La condivisione e l’attitudine alla collaborazione che si instaurano all’interno dei coworking producono, oltre al valore economico delle attività svolte, valore relazionale e sociale, valore in termini di competenze e conoscenze e valore nelle relazioni con il territorio in cui sono inseriti. Il coworking ha infatti un forte rapporto con il territorio. È in primis la configurazione produttiva di un ambito territoriale ad orientare l’insediamento delle diverse tipologie di coworking. Nel Nord Italia, ad esempio, prevale l’assetto “corporate” più orientato all’imprenditoria profit, al Centro è più diffuso l’assetto “ibrido”, dove a imprese e professionisti del profit si affianca l’impresa sociale.

Alcune community lavorano più sul mutualismo dei lavoratori dando vita a strutture che rendono accessibili a categorie svantaggiate di persone le risorse materiali e immateriali di cui necessitano per lavorare in modo autonomo e affrancarsi dal rischio di povertà e di esclusione sociale. In altre, è più accentuato l’interesse a diventare centri di riferimento dell’innovazione e opportunità di sviluppo per l’imprenditoria profit e no profit. …

 

 

 


[1] La capability, tradotta con l’inefficace termine italiano di ‘capacitazione’ di una persona è “l’insieme delle combinazioni alternative di funzionamenti che essa è in grado di realizzare. È dunque una sorta di libertà: la libertà sostanziale di realizzare più combinazioni alternative di funzionamenti” (Sen A. K., Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano 2000)