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Eruzione del vulcano in Islanda: i possibili effetti sul clima

L'eruzione dell'Eyjafjallajökull del 14 Aprile 2010 ha proiettato in atmosfera ad una quota di 4/5 Km una massa calda di polveri e gas. Contemporaneamente, un nucleo di alta pressione al largo delle coste irlandesi, accoppiato ad una bassa pressione sulle Azzorre, formava una configurazione della circolazione atmosferica nota ai meteorologi con il nome di blocco atlantico (vedi Figura 1). Questa configurazione, caratterizzata da venti intensi da nord sull'Europa, è in grado di persistere per diversi giorni. Il blocco atlantico ha trasportato rapidamente la nube di polvere verso l'Europa dove la nube ha trovato le condizioni ideali per disperdersi sul continente. Come già accaduto nel caso del vulcano El Chichon nell'Aprile 1982, l'eruzione sta causando gravi danni al traffico aereo. Per l'eruzione dell'Eyjafjallajökull la situazione è aggravata dal fatto che la nube intercetta gran parte  delle rotte polari fra Europa e America del Nord.

Oltre alle conseguenze sul traffico aereo potranno esserci effetti rilevabili anche sul sistema climatico. Le polveri e l'anidride carbonica prodotte dalle eruzioni vulcaniche generano effetti contrastanti sulla temperatura. L'aumento di anidride carbonica tenderebbe ad aumentare temporaneamente l'intensità dell'effetto serra. Tuttavia l'effetto di gran lunga più rilevante è quello dovuto alle polveri. A seconda della consistenza e del tipo di eruzione, la nube vulcanica forma uno strato di polveri che può arrivare a rivestire tutta l'atmosfera terrestre. Questo strato funziona da schermo e da specchio per la radiazione solare provocando un importante riscaldamento della stratosfera (sopra la nube) e un raffreddamento dei bassi strati dell'atmosfera (sotto la nube).  Le conseguenze di un'eruzione particolarmente ricca di composti attivi dal punto di vista dell'interazione con la radiazione solare (solfati), vengono osservate solitamente durante  i due anni successivi all'evento.  Il riscaldamento della stratosfera può superare (come nel caso dell'eruzione del Pinatubo nel Giugno 1991) gli 0.5°C a scala planetaria con conseguente impatto su tutta la circolazione atmosferica.

Nella bassa atmosfera le conseguenze delle eruzioni sull'abbassamento delle temperature globali sono meno evidenti anche se nel passato si sono verificati casi eccezionali. L'eruzione dell'Aprile 1815  del Monte Tambora in Indonesia ha provocato un tale abbassamento della temperatura da trasformare il 1816 in un anno senza estate. Tuttavia, la Piccola Era Glaciale, un lungo periodo di basse temperature sull'Europa culminato intorno al 1600, stava per terminare e nonostante il Tambora, la tendenza al riscaldamento continuò durante gli anni successivi. Oggi, la fine della Piccola Era Glaciale si fa convenzionalmente risalire al 1850 e il riscaldamento del pianeta non si è arrestato.

I modelli numerici utilizzati per le previsioni climatiche sono molto sensibili a questo tipo di eventi. Quando sarà terminata l'eruzione, si potranno eseguire stime quantitative delle sue conseguenze sul sistema climatico. Non si tratterà comunque di un effetto permanente sulle attuali tendenze al riscaldamento globale, ma di un evento circoscritto nel tempo la cui portata è ancora da determinare.

grafico circolazione atmosferica
Figura 1. La circolazione atmosferica del 14 Aprile 2010 sul Nord Atlantico e sull'Europa.

NOTA: Nella figura mostriamo una mappa della quote corrispondenti alla pressione atmosferica di 850 millibar. I venti sono approssimativamente paralleli alle isolinee riportate in figura. L'intensità dei venti è inversamente proporzionale alla distanza fra le isolinee. Immagine fornita dal Physical Sciences Division, Earth System Research Laboratory, NOAA, Boulder, Colorado, http://www.esrl.noaa.gov/psd/.

Per maggiori informazioni: rivolgersi al dott. Vincenzo Artale, tel. 06 30483096, fax 0630484072, mail vincenzo.artale@enea.it

Roma, 16 aprile 2010