Fukushima quasi come Chernobyl, ma non nelle modalità incidentali

2 novembre 2011

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Una nuova ricerca internazionale apparsa su "Atmospheric Chemistry and Physics", a cura dell'Istituto Norvegese di Ricerche Atmosferiche, dell'Istituto centrale di Meteorologia e Geodinamica di Vienna, dell'Università di Vienna, dell'Università della Catalogna e della Columbia University di New York, i cui risultati erano stati anticipati dalla rivista scientifica "Nature" il 26 ottobre scorso, con un articolo sul sito web, ha cercato di determinare il cosiddetto “termine sorgente”, ovvero l’entità dell’incidente in relazione alle quantità di radioattività rilasciate complessivamente, anche se la valutazione considera solo due radionuclidi di riferimento.

Per valutare le emissioni radioattive avvenute durante l'incidente nucleare di Fukushima, la ricerca è partita dai dati di radioattività misurati in Giappone, USA ed Europa (circa un migliaio) e ha ripercorso a ritroso i processi di trasporto e diffusione atmosferica e di deposito al suolo della cosiddetta “nube radioattiva” rilasciata durante l'incidente. Questo processo di ricostruzione a ritroso ha permesso di valutare le emissioni effettivamente avvenute, in base alla disponibilità dei dati ed alle possibilità di ricostruzione a posteriori degli avvenimenti mediante le mappe meteorologiche al suolo ed in quota di quel periodo.

I ricercatori sono stati in grado di valutare le emissioni, ma con un maggior grado di affidabilità e di dettaglio solo quelle riguardanti Xe-133 (lo xenon-133 è un gas nobile radioattivo poco rilevante per gli effetti radiologici sanitari) e Cs 137 (il cesio-137 è un aerosol radioattivo particolarmente significativo per i suoi effetti radiologici sanitari).

fukushima.jpgI risultati ottenuti mostrano che sono stati emessi complessivamente:

  • 16.700.000 (sedicimilioni e settecentomila) terabequerel (TBq) di Xe-133, un dato record: è, infatti, il più alto valore di rilascio radioattivo in atmosfera mai riscontrato nella storia dell'uso pacifico dell'energia nucleare. Questo dato corrisponde a circa 2,5 (due volte e mezzo) le emissioni di Xe-133 avvenute a Chernobyl. Essendo lo Xe-133 un gas nobile ed altamente volatile non ha comportato conseguenze di contaminazione radioattiva alla popolazione per inalazione e per ingestione, ma solo limitate conseguenze di irraggiamento esterno nella fase iniziale dell’incidente ed alle brevi distanze. Questo gas, infatti, è stato rilasciato nella massima parte nei primi giorni (tra 11 e 15 marzo 2010) e si è poi disperso rapidamente, soprattutto nella media ed alta atmosfera, senza alcuna conseguenza sanitaria alle medie lunghe distanze dal Giappone. Pur non essendo un radionuclide critico per gli effetti sanitari, tuttavia è un radionuclide molto indicativo sull'entità dell'incidente avvenuto.
  • 36.000 (trentaseimila) terabequerel (TBq) di Ce-137. Questo dato corrisponde al 42% delle emissioni di Cs-137 avvenute a Chernobyl. Il Cs-137, che non è un gas e che è soggetto a depositarsi al suolo per sedimentazione o attraverso la pioggia è, invece, un radionuclide di rilevanza sanitaria, perché ha una vita media di 30 anni e, se ingerito o inalato oltre certi limiti, comporta serie conseguenze di radiocontaminazione. Secondo le stime il 19% di emissioni di Cs-137 sono ricadute al suolo, direttamente o attraverso la pioggia, sul territorio giapponese, mentre il restante 81% al di fuori dei confini giapponesi, ma si è depositato prevalentemente sulle acque marine (dal momento che la nube radioattiva nella sua fase iniziale (a maggior concentrazione di Cs-137) ha attraversato l'oceano Pacifico e, prima di arrivare in Europa, anche l'oceano Atlantico. Solo il 2% del Cs-137 emesso si è depositato al suolo in America o in Europa. La maggior parte delle emissioni di Cs-137 sono avvenute tra il 12 ed il 19 marzo 2010 (ma soprattutto attorno al 14-15 marzo e attorno al 19 marzo). Le emissioni sono state molto minori nei giorni successivi al 20 marzo.

 

Per lo I-131 (iodio-131, un altro aerosol particolarmente significativo per i suoi effetti sanitari sulla tiroide) si possono fare delle valutazioni indirette. Se si considera il rapporto I-131/Cs-137 che tiene conto delle due diverse abbondanze presenti all’atto dell’incidente (valori noti) e dei diversi tempi di decadimento radioattivo dello I-131 (8 giorni) rispetto al Cs-137 (30 anni), si ricava che probabilmente le emissioni di I-131 sono state complessivamente di circa 20 volte superiori a quelle del Cs-137, cioè pari a circa 720.000 TBq, anche se questo dato non è stato verificato dalla ricerca.

Tali valutazioni, che sono considerate rappresentative dell'incidente avvenuto a Fukushima, mostrano che l'incidente nucleare giapponese è stato, come entità complessiva, paragonabile a quello di Chernobyl anche se avvenuto in modi molto diversi sia come tempi (quello di Chernobyl in una decina di giorni, quello giapponese fino ad una trentina di giorni), sia come tipologia (quello di Chernobyl un’unica grossa esplosione, quello giapponese con diverse minori esplosioni e modalità di rilascio).

 

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