Anche i ricercatori italiani sulla nave australiana che ha prestato i soccorsi ai passeggeri della nave russa intrappolata nei ghiacci dell'Antartide

7 gennaio 2014

Il 24 dicembre la nave russa Akademik Shokalskiy, con a bordo 52 passeggeri, per lo più  ricercatori, ma anche turisti che partecipavano ad una spedizione per ripercorrere dopo 100 anni  le gesta di Sir Douglas Mawson, è rimasta intrappolata nei ghiacci antartici. La Akademik Shokalskiy non è una rompighiaccio e non è quindi in grado di uscire dalla morsa del pack antartico da sola.

Il programma antartico australiano, che coordina le operazioni marittime in quella zona, ha subito mobilitato le navi presenti nella zona, tre rompighiaccio equipaggiate per affrontare le difficili condizioni del mare antartico, che avevano le caratteristiche per prestare soccorso alla nave russa, e precisamente: la nave francese Astrolabe, la nave cinese Xue Long (Snow Dragon) e l’australiana Aurora Australis.

La prima a tentare le manovre di avvicinamento alla nave russa è stata la nave francese Astrolabe, con a bordo i ricercatori francesi ormai sulla via del ritorno nel loro paese. Sia l’Astrolabe che la nave cinese Xue Long, giunte nella zona delle operazioni già il 28 dicembre, hanno dovuto desistere dal procedere verso la nave russa per l’eccessiva compattezza e spessore del ghiaccio. Anche l’Aurora Australis ha dovuto presto abbandonare i tentativi di avvicinamento alle altre due navi per tentare insieme di aprire un varco nei ghiacci per raggiungere la nave russa e si è dovuta fermare in prossimità di grandi placche ghiacciate, larghe qualche centinaio di metri e dallo spessore di circa 4 metri. A questo punto è stata presa la presa la decisione di procedere al trasbordo dei passeggeri della Akademik utilizzando l’elicottero in dotazione della nave cinese, e di accoglierli sulla nave australiana.

Sulla nave australiana Aurora Australis hanno partecipato alle operazioni di soccorso anche quattro ricercatori italiani, che erano stati imbarcati solo 12 ore prima.  I quattro ricercatori, Paolo Zini e Giuseppe Camporeale dell'ENEA, Francesco D’Alessio dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Roma e Giulio Esposito del CNR, stavano iniziando il viaggio di ritorno dopo il loro periodo di permanenza presso la base italo-francese di Concordia per il Programma Nazionale Ricerche Antartiche, per ricerche in campo astrofisico, meteorologico e di chimica dell’atmosfera.

Per permettere l’atterraggio dell’elicottero cinese, l’equipaggio dell’Aurora Australis ha preparato una piazzola battuta e compatta su un enorme lastrone di ghiaccio a poca distanza dalla nave, e allo stesso tempo ha predisposto il percorso più sicuro che i passeggeri avrebbero dovuto percorrere a piedi per salire a bordo. I passeggeri della nave russa sono stati trasportati in gruppi di 12 persone alla volta, e tra loro ci sono anche persone anziane. Malgrado il rumore assordante dell’elicottero, un pinguino ha seguito imperterrito lo sbarco dei gruppi di passeggeri e li ha accompagnati fin sotto l'Aurora, camminando di fianco alle persone.

Molto delicate e lunghe sono state le manovre per permettere all’Aurora Australis di avanzare tra i grandi lastroni di ghiaccio in movimento alti come dei muri, e riuscire a riconquistare il mare aperto, dove ha poi dovuto affrontare anche il mare grosso e onde molto alte. La prossima tappa dell’Aurora Australis è presso la base antartica australiana di Casey, dove verranno completate le operazioni di scarico già a suo tempo iniziate, e dopo salperà per Hobart sull’isola di Tasmania a sud della Nuova Zelanda. E da qui finalmente riprenderà il viaggio di ritorno in Italia dei nostri ricercatori.

Nel frattempo la nave cinese è riuscita a liberarsi dai ghiacci e, a sua volta, a liberare la nave russa.


Per ulteriori informazioni: http://www.smh.com.au/technology/sci-tech/66-degrees

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