De profundis per il Protocollo di Kyoto

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Alessandro Farruggia1

Il fallimento della Conferenza di Copenhagen del dicembre 2009 è stato, per molti versi, il tradimento della speranza comune di arrivare alla conclusione della road map di Bali. E cioè di arrivare a un nuovo trattato omnicomprensivo nel quale tutti i paesi si sarebbero impegnati, pur con impegni diversi e con responsabilità diverse, in un comune e consensuale sforzo di riduzione delle emissioni globali di gas serra, così da evitare che il surriscaldamento climatico del nostro pianeta superasse i 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale.

La successiva Conferenza di Cancun del dicembre 2010 non ha fatto di meglio. Si è infatti riusciti a “internalizzare” nel processo quell'accordo voluto da Cina e Usa che a Copenaghen era rimasto fuori dal quadro negoziale, e si sono anche approvati importanti meccanismi di attuazione di un eventuale trattato, del quale però, così come a Copenhagen, non si è discusso. Così ora ci ritroviamo, praticamente pronti, con quasi tutti i pezzi necessari per costruire quell’accordo mondiale auspicato dalla road map di Bali, ma, purtroppo, manca un progetto comune su come costruirlo. Un autentico paradosso. Abbiamo i sanitari del bagno, il divano e lo schermo al plasma, ma manca la casa (e anche il progetto per costruirla).

Anche gli ultimi negoziati intersessionali (quello di aprile e quello di giugno di quest’anno) hanno concentrato l’attenzione su molti dettagli importanti, ma pur sempre collaterali, perché continua a rimanere irrisolto il problema di quale trattato sostituirà il Protocollo di Kyoto, su quale tipo di impegni sarà costituito e con quali criteri tali impegni saranno suddivisi e, infine, se conterrà o meno obblighi legalmente vincolanti di breve e/o di lungo periodo. Manca cioè la sostanza.

É quindi improbabile che alla prossima Conferenza di Durban in programma a dicembre si possa arrivare ad una reale conclusione della road map di Bali. E anche nel caso, puramente teorico, che tutti i problemi ora sul tavolo fossero come d’incanto risolti, sarebbe impossibile sostituire il Protocollo di Kyoto in scadenza con un nuovo trattato. Siamo infatti comunque fuori tempo massimo.

I tempi procedurali necessari per approvazioni, sottoscrizioni, ratifiche da parte dei parlamenti nazionali, deposito delle ratifiche alle Nazioni Unite e tempi per l’entrata in vigore, non permetterebbero infatti a questo ipotetico trattato approvato a Durban di essere realmente operativo prima del 2014. Dunque, alla scadenza del Protocollo di Kyoto del 2012 avremo un vuoto normativo che non ha precedenti nella storia delle Nazioni Unite.

L'impasse è il risultato di una serie di veti incrociati. I paesi in via di sviluppo accusano i paesi industrializzati di non voler più assumere impegni legalmente vincolanti di riduzione delle emissioni alla scadenza del Protocollo di Kyoto. I paesi industrializzati invece intenderebbero prendere impegni vincolanti solo se i paesi in via di sviluppo, ed in particolare le grandi economie emergenti come Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa, facessero altrettanto. Il che pare oggi improbabile.

E anche nell’ambito degli stessi paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo le posizioni sono molto differenziate. Gli USA, ma anche altri paesi industrializzati come Canada, Australia e Giappone, vorrebbero che si arrivasse ad un trattato ristretto a pochi ma chiari impegni significativi, fondati su obiettivi verificabili con trasparenza, ma senza interferire con la loro sovranità nazionale sulle scelte riguardanti le modalità mediante le quali gli impegni verranno attuati all’interno di ciascun paese.

Alcuni paesi industrializzati come Australia, Canada, Giappone e Russia, inoltre, non sono disposti, in linea di principio a firmare né un “semplice” prolungamento al 2020 del Protocollo di Kyoto emendato, né un altro trattato simile al Protocollo di Kyoto, dal momento che sarebbero svantaggiati, in termini di competitività sui mercati internazionali, rispetto agli USA che non hanno mai accettato il Protocollo di Kyoto. Quanto all'Europa, vorrebbe un trattato unico omnicomprensivo che al suo interno potrebbe contenere, adeguatamente rivisti, i principi e i meccanismi del Protocollo di Kyoto, almeno per i paesi industrializzati.

La Cina e gli altri paesi emergenti, pur essendo teoricamente disponibili ad assumersi impegni vincolanti - e in questo senso a Cancun è venuta una apertura - pongono, però, due condizioni pregiudiziali. Innanzitutto gli impegni che li riguardano non possono essere stabiliti su obiettivi quantificati di riduzione delle emissioni, ma su obiettivi di riduzione della loro intensità carbonica. Inoltre, tali impegni devono essere subordinati al principio della “responsabilità storica” dei paesi industrializzati.

Il che significa che siccome il pianeta è stato storicamente inquinato dai paesi industrializzati e solo nell’ultimo decennio dai paesi emergenti, la riduzione delle emissioni dei paesi industrializzati dovrà essere commisurata ad un fattore di “peso”, opportuno calcolato in relazione al contributo storico degli ultimi due secoli.

Ma non è finita qui. Tra i paesi catalogati come paesi in via di sviluppo ci sono anche i paesi produttori di combustibili fossili, che non vedono di buon occhio una riduzione della loro produzione e commercializzazione di petrolio o carbone. L’Arabia Saudita, infatti, pone come pregiudiziale per il suo consenso a qualsiasi trattato di riduzione delle emissioni, un’adeguata compensazione per i danni e le perdite che la sua economia subirebbe per le mancate vendite di petrolio e di altri combustibili fossili. Cioè dovremmo pagarla per il mancato inquinamento.

Altri paesi in via di sviluppo come la Bolivia, la Malesia ed altri che detengono un ricco patrimonio forestale, sono disponibili a ridurre le loro emissioni ma solo se verranno adeguatamente compensati attraverso il riconoscimento del valore economico delle loro foreste.

Altri paesi in via di sviluppo, infine, sono disponibili ad intraprendere un percorso di sviluppo pulito purché vi sia un adeguato trasferimento di nuove tecnologie, non in termini di hardware, ma di know how, che spesso è coperto da brevetti da pagare in termini di royalties. Insomma, la situazione è molto variegata e complessa. Come durante l'edificazione della Torre di Babele.

Peccato che intanto che ci si discute addosso, il pianeta brucia. Per mantenere l’obiettivo di evitare il surriscaldamento globale al di sotto di 2 °C (con una probabilità di almeno il 50%), è infatti necessario che le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica equivalente (conteggiando cioè anche gli altri gas serra) non superino la soglia di 450 ppm (parti per milione). Siamo attualmente a circa 400 ppm. Con gli attuali tassi di emissione, che hanno addirittura subito un’impennata lo scorso anno, il limite di 450 ppm sarà invece superato fra qualche anno e comunque molto prima del 2020. Servirebbero azioni che non sono all'orizzonte.

Il Protocollo di Kyoto muore inevitabilmente il prossimo anno. Se a Durban si riuscirà a sciogliere la matassa che avvolge i negoziati sul clima, o quanto meno a trovare uno spirito costruttivo per districarla, un nuovo trattato sostitutivo del Protocollo di Kyoto potrebbe vedere la luce non prima del 2014. Troppo tardi, realisticamente, per cercare di restare sotto i 2 °C.

E il bilancio è così sconfortante. Evidentemente le nazioni non si rendono conto - o cinicamente ignorano - che così agendo mettono a rischio le possibilità di sviluppo, le aspettative di benessere e perfino la stessa sopravvivenza di milioni di persone, nel caso non improbabile che gli scenari di cambiamento climatico più catastrofico dovessero manifestarsi. E il dramma è che questo non è inevitabile.

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it


1 Giornalista del Quotidiano Nazionale