Fotovoltaico: elettricità dalle vetrate

Ricercatori del MIT (Boston, USA) hanno sviluppato un dispositivo fotovoltaico a base di molecole organiche (in termini molto semplificati, di plastica) capace di convertire in energia elettrica i raggi infrarossi presenti nella radiazione solare e lasciar passare la maggior parte della radiazione visibile, risultando trasparente. Tali dispositivi potrebbero essere impiegati nelle vetrate negli edifici, e sulle automobili, per intercettare una fonte di energia altrimenti non sfruttata. Risulterebbe possibile anche la loro applicazione su preesistenti superfici vetrate, tramite pellicola, a costi limitati. (Transparent, near-infrared organic photovoltaic solar cells for window and energy-scavenging applications - Appl. Phys. Lett. 2011, v. 98, n. 11, 113305).

Il team di ricercatori ha realizzato un prototipo che converte in energia elettrica circa l’1,7% della radiazione solare e lascia passare oltre il 55% della luce visibile. L’efficienza di conversione del nuovo dispositivo risulta inferiore a quella delle tradizionali celle disponibili in commercio, che arriva al 22%, ma i ricercatori del MIT ritengono di poterla migliorare fino al 12%.

Come ci ha chiarito l’esperto del Centro ENEA di Portici Pasquale Morvillo, resta qualche dubbio sulla convenienza economica di tale applicazione e sugli sviluppi ancora necessari per far si che le tecnologie fotovoltaiche organiche diventino appetibili commercialmente, oltre che per gli aspetti legati all’efficienza anche, ad esempio, per la stabilità nel tempo delle loro caratteristiche e per la possibilità di realizzare elementi con adeguata estensione superficiale. Attualmente le migliori celle fotovoltaiche organiche hanno efficienze inferiori al 10% pur assorbendo la luce visibile. Tali valori si riferiscono a dispositivi con aree inferiori al cm2. Piccoli moduli realizzati con più celle di questo tipo hanno efficienze inferiori al 5%. Pertanto pensare a celle trasparenti e con efficienze superiori al 10% è ancora molto prematuro.

(Antonino Dattola)