Sviluppo Sostenibile e Green Economy: oltre il PIL

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Oscar Amerighi e Bruna Felici [1]

 

La Green Economy è un’economia a basso tenore di carbonio, efficiente nell’utilizzo delle risorse e inclusiva dal punto di vista sociale, e rappresenta un’opportunità di ripresa dalla crisi in un’ottica di Sviluppo Sostenibile. Per misurare crescita verde e progresso della società, è necessario affiancare al PIL indicatori rilevanti per la dimensione ambientale e sociale della crescita economica

 

Il concetto di sviluppo sostenibile da Rio a Rio +20


Sebbene siano passati quasi 25 anni dalla prima definizione[2] e nonostante le diverse criticità riscontrate nel tempo, il concetto di Sviluppo Sostenibile risulta più che mai attuale, rappresentando l'obiettivo centrale della Conferenza Rio +20. Oggi si pone, di fatto, come il paradigma del XXI secolo che meglio guarda al futuro come una proiezione di scelte attuali e responsabili.

Proveniente dal dibattito ambientalista degli anni Settanta, il principio di sostenibilità entra nelle agende politiche nazionali e internazionali dettando obiettivi, priorità e vincoli per i governi nazionali. La Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente Umano del 1972 a Stoccolma[3], il rapporto della commissione Brundtland del 1987 e il Vertice della Terra di Rio de Janeiro del 1992[4] rappresentano alcune delle tappe fondamentali di un percorso che parte dal binomio sviluppo economico e qualità dell'ambiente. L'attenzione si rivolge anche all'aspetto quantitativo, alla formulazione di metodi e tecniche di contabilità nazionale che tengano conto anche dei costi ambientali.

Nascono negli anni diversi indici come il SEEA ([5]), oggi utilizzato dalle Nazioni Unite, o l'EPI ([6]) del World Economic Forum. Questi sono costruiti quantitativamente basandosi sugli stock di risorse naturali, secondo un'ottica di equilibrio ecologico ed economico.

Con l'indice HDI, o Indice di Sviluppo Umano[7], anche il capitale umano entra nell’impostazione metodologica. Siamo negli anni Novanta, nel pieno del dibattito su crescita della povertà mondiale e crisi del modello di sviluppo. L'HDI, utilizzato nel Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) viene proposto come misura della qualità della vita degli individui a partire dall'analisi di tre dimensioni: aspettativa di vita, istruzione e reddito nazionale lordo[8]. L'introduzione del terzo elemento, la dimensione sociale, completa così il quadro dell'evoluzione di un concetto che si compone di aspetti ambientali, economici e sociali.

Misurare il progresso sociale

L'8 giugno 2011 il parlamento Europeo ha approvato la Risoluzione “.[9] Si tratta dell'ultimo atto[10] in ordine cronologico di un processo che da qualche anno vede la comunità internazionale interrogarsi sugli strumenti di analisi e misurazione dello sviluppo sociale.

Nel 2004 l'OCSE aveva lanciato a Palermo il primo Forum Mondiale su Statistica, Conoscenza e Politica, facendosi inoltre promotore del Global Project on Measuring the Progress of Societies[11]. La Dichiarazione di Istanbul[12] del 2007 sancisce l'impegno ad andare “oltre il PIL” da parte di istituzioni internazionali come OCSE, Nazioni Unite, Banca Mondiale, Commissione Europea.

Nel 2007 la Commissione Europea avvia un programma di iniziative per l'implementazione e la valutazione delle politiche comunitarie. La Comunicazione del 2009 “[13]” fornisce alcune raccomandazioni operative sull’integrazione del PIL con indicatori ambientali e sociali e sull'inserimento di questi nella contabilità nazionale.

Nel 2010 viene pubblicato il Rapporto della Commissione Stiglitz, Sen e Fitoussi sulla[14]. Gli autori del rapporto sottolineano l'importanza della misura del benessere della popolazione considerato come un insieme di fattori non solo economici, quali sanità, istruzione, ambiente e relazioni sociali. Occorre maggiore attenzione alla distribuzione del reddito, ai redditi delle famiglie ed al consumo di beni e servizi fondamentali.

Anche l'Italia grazie alla volontà di Enrico Giovannini, attuale presidente dell'Istat, già Direttore dell'ufficio statistico all’OCSE e membro della Commissione Sarkozy, entra nel vivo del dibattito. L'accordo Cnel-Istat siglato nell'aprile 2011 prevede l'istituzione di un Gruppo di esperti che lavorerà alla formulazione di una definizione condivisa del progresso della società italiana e del relativo set di indicatori, con l'obiettivo di “sviluppare un approccio multidimensionale del “benessere equo e sostenibile” (Bes), che integri l’indicatore dell’attività economica, il PIL, con altri indicatori, ivi compresi quelli relativi alle diseguaglianze (non solo di reddito) e alla sostenibilità (non solo ambientale)”[15].

Fonte OCSE - Evoluzione storica degli indicatori di misurazione dello sviluppo e progresso umano

Una “crescita verde” per perseguire uno sviluppo sostenibile

La green economy è evocata da più parti come possibile acceleratore di una ripresa economica, e al tempo stesso panacea alle problematiche climatiche e ambientali presenti e future. Ritornare a crescere a ritmi pre-crisi (o a tassi superiori) rimane l’obiettivo primario dei governi, ma incrementare la produzione industriale potrebbe facilmente tradursi in un utilizzo di maggiori quantitativi di risorse naturali ed energia (combustibili fossili, materie prime ecc.) e di conseguenza generare maggiori emissioni di gas serra. In tal senso, vanno lette le recenti scelte di molti paesi di consacrare importanti risorse finanziarie al settore energetico e in particolare alle tecnologie verdi (fonti rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile ecc.).

L’UNEP definisce la green economy come un’economia che genera un “miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, riducendo in maniera rilevante i rischi ambientali e le scarsità ecologiche”[16]. In altre parole, la green economy è un’economia a basso tenore di carbonio, efficiente nell’utilizzo delle risorse e inclusiva dal punto di vista sociale. Il concetto di “capitale naturale” quale risorsa economica e fonte di benefici per le comunità locali riveste un ruolo centrale in questa definizione e nell’individuare un sentiero di sviluppo basato su una “crescita verde” (green growth) che concili la dimensione economica e quella ambientale.

La green economy non rappresenta un concetto alternativo a quello di sviluppo sostenibile. Al contrario, può essere interpretata come uno strumento (probabilmente il migliore) con cui creare le necessarie premesse per il progresso della società nel suo complesso e perseguire uno sviluppo sostenibile.

green economy e il ruolo dell’eco-innovazione

Ai fini di una corretta valutazione statistica della dimensione e del potenziale di crescita della green economy, è fondamentale definirne i confini.

Se si considerano esclusivamente i settori che forniscono prodotti, servizi o tecnologie in ambito ambientale, il peso della green economy rispetto al totale dell’attività economica è alquanto limitato. In termini occupazionali, l’OCSE ha recentemente dimostrato come la quota di occupati in settori industriali green in senso stretto sia generalmente inferiore all’1% sul totale dell’economia[17]. Secondo uno studio di GHK et al. (2007) per la Commissione Europea, la quota di occupazione (diretta e indiretta) sul totale dell’occupazione nell’Unione Europea (EU27) salirebbe dal 2% al 4% se alle eco-industrie si aggiungono attività strettamente legate ad un ambiente pulito (agricoltura organica, fonti energetiche rinnovabili ecc.)[18].

In generale, tuttavia, è importante fare una distinzione tra settori industriali orientati alla fornitura di beni e servizi ambientali (green business) e imprese impegnate a ridurre l’impatto ambientale dei propri processi produttivi (green production)[19]. Questo secondo aspetto è associabile ad una transizione verde (greening) del sistema economico nel suo complesso. Si pensi, ad esempio, alle industrie cosiddette “tradizionali” (raffinerie, acciaierie, cementifici ecc.) e ai possibili guadagni di efficienza energetica raggiungibili grazie a nuovi metodi organizzativi o alla realizzazione di prodotti meno “energivori” nella fase d’uso.

Risulta pertanto evidente come l’innovazione (tecnologica, organizzativa, comportamentale) rappresenti il motore della green economy. In particolare, la cosiddetta “eco-innovazione”[20] giocherà un ruolo fondamentale nei prossimi decenni nel favorire un cambiamento strutturale dell’economia e della società, e nell’affermazione di modelli di produzione e di consumo sostenibili dal punto di vista ambientale.

 

Misurare una “crescita verde”

Sebbene i paesi sviluppati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo si trovino di fronte a problematiche profondamente diverse, è necessario per tutti i paesi ridefinire obiettivi e priorità della politica economica in un’ottica di sviluppo sostenibile, ossia tenendo nella dovuta considerazione non solo la sostenibilità economica e finanziaria delle proprie scelte di policy, ma anche la sostenibilità ambientale e sociale.

Nell’attuale fase di lenta uscita dalla crisi economica, politiche a supporto di una “crescita verde” hanno il pregio di poter conciliare il perseguimento di obiettivi congiunturali di breve periodo (di natura prevalentemente economica) e di obiettivi strutturali di lungo periodo che influenzano non solo la sfera economica, ma anche quella ambientale e sociale. Si pensi, ad esempio, a misure adottate in Italia quali le detrazioni fiscali al 55% per interventi volti a migliorare l’efficienza energetica degli edifici residenziali. Da un lato, rappresentano uno stimolo all’attività economica in settori fortemente colpiti dalla crisi quali il settore delle costruzioni. Dall’altro, conducono a un miglioramento della performance energetica (e ambientale) del parco edilizio residenziale.

Il disegno e l’implementazione di politiche efficaci richiedono l’identificazione di strumenti di valutazione e indicatori per orientare i decisori politici nella definizione di obiettivi di breve, medio e lungo periodo, e per misurare il progresso verso il raggiungimento di questi obiettivi.

Nel definire gli obiettivi per una “crescita verde” emerge, come già accennato in precedenza, l’inadeguatezza e l’incompletezza del PIL come indicatore di riferimento. Da un lato, si può tentare di “migliorare” il PIL nella rappresentazione del benessere reale di un paese, includendo nella sua definizione beni e servizi che non hanno un valore di mercato (prestazioni nell’ambito familiare, volontariato ecc.)[21], ovvero escludendone attività dannose quali l’inquinamento. Dall’altro, si può cercare di “qualificare” il PIL affiancandogli altri indicatori o rapportandolo a variabili rappresentative della dimensione ambientale e sociale della crescita economica.

La recente proposta OCSE di una serie di indicatori per monitorare il progresso verso una “crescita verde” va nella seconda direzione[22].

Una delle caratteristiche più interessanti degli indicatori OCSE risiede nella distinzione tra le emissioni (o servizi ambientali) originate dalla “produzione” e quelle riconducibili al “consumo”. Tale distinzione è utile per valutare in un’ottica di sostenibilità l’efficienza ambientale a livello globale[23].

Fonte OCSE:

Figura 2 - Emissioni di CO2 originate dalla produzione e PIL

La figura 2 mostra come sono cambiati i trend di disaccoppiamento (decoupling) tra emissioni e PIL nei paesi OCSE nel periodo 1990-2008. Per le emissioni originate dalla produzione, si osserva una crescita continua per la maggior parte dei paesi OCSE, nonostante un più marcato “disaccoppiamento relativo” rispetto al PIL negli anni più recenti[24].

Altrettanto interessante è l’analisi della produttività delle risorse, legata all’utilizzo di materie prime come input nella produzione. Dai dati OCSE emerge come, dal 1990 ad oggi, l’estrazione e il consumo di materie prime siano cresciuti in maniera costante e generalizzata. Ciononostante, l’efficienza con cui i singoli paesi utilizzano le materie prime varia in modo rilevante. Per le materie prime non energetiche, si registrano miglioramenti in termini di disaccoppiamento relativo e, come nel caso dell’Italia, esempi di disaccoppiamento assoluto. Tali tendenze possono essere il riflesso di guadagni di efficienza nei processi produttivi, ma anche di altri fattori quali un cambiamento nel mix di materiali usati e la sostituzione della produzione domestica con beni intermedi e finali importati.

Un’attenzione particolare va posta, infine, alla questione energetica, elemento chiave nel valutare la dinamica delle emissioni (e gli effetti in termini di cambiamento climatico) e i flussi internazionali di materie prime.

L’OCSE propone l’utilizzo di indicatori quali la produttività dell’energia (PIL per unità di energia primaria), l’intensità energetica settoriale e la quota di rinnovabili nell’offerta di energia primaria e nella produzione elettrica. In generale, sebbene si riscontri un disaccoppiamento tra uso dell’energia e ricadute ambientali, le implicazioni di medio e lungo periodo di una crescente domanda di energia a livello globale rimangono una questione centrale per tutti i paesi. E questo rappresenta certamente uno snodo cruciale per il perseguimento di una crescita verde nel percorso dello sviluppo sostenibile.

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it



[1] ENEA, Ufficio Studi

[2]Lo Sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”, Report of the World Commission on Environment and Development: “Our Common Future” (1987), http://www.un-documents.net/wced-ocf.htm

[3]http://www.unep.org/Documents.Multilingual/Default.asp?documentid=97

[4] http://www.un.org/geninfo/bp/enviro.html

[5] http://unstats.un.org/unsd/envaccounting/seea.asp

[6] http://sedac.ciesin.columbia.edu/es/esi/

[7] http://hdr.undp.org/en/

[8] Cfr. il lavoro di Amartya Sen su etica, libertà, eguaglianza.

[9] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&reference=A7-2011-0175&language=EN&mode=XML

[10] Il 7 giugno 2011 è stata inoltre approvata la Risoluzione legislativa del Parlamento europeo sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai conti economici ambientali europei, http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P7-TA-2011-0253+0+DOC+XML+V0//IT

[11] http://www.oecd.org/document/0/0,3746,en_2649_201185_47837376_1_1_1_1,00.html

[12] http://www.oecd.org/dataoecd/44/21/40306640.pdf

[13] Non solo PIL. Misurare il progresso in un mondo in cambiamento”, COM(2009) 433, Bruxelles, 20.8.2009, http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2009:0433:FIN:IT:PDF

[14] http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/documents/rapport_anglais.pdf

[15] http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20101227_00/testointegrale20101227.pdf

[16] United Nations Environment Programme (2011), “Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication”,

http://www.unep.org/GreenEconomy/Portals/93/documents/Full_GER_screen.pdf

[17] OECD (2011), “Towards Green Growth”, OECD Publishing, http://dx.doi.org/10.1787/9789264111318-en. I settori industriali identificati come green nello studio OCSE sono: riciclaggio; raccolta, depurazione e distribuzione dell’acqua; smaltimento degli scarichi fognari e dei rifiuti e attività simili.

[18] GHK et al. (2007), “Links between the environment, economy and jobs”,

http://ec.europa.eu/environment/enveco/industry_employment/pdf/ghk_study_wider_links_report.pdf

[19] Fondazione Symbola (2009), “Green Italy - Ambiente, Innovazione e Qualità per sfidare il futuro”; ERVET (2010), “Green Economy in Emilia-Romagna”.

[20] Prodotti, servizi, processi, e modalità organizzative, nuovi per l’impresa e che riducono, nell’intero ciclo di vita, i rischi e gli impatti ambientali, l’uso delle risorse e dell’energia, rispetto alle alternative esistenti. Kemp R., Pearson P. (2008), Policy brief about measutring eco-innovation. Deliverable 17 of the project MEI (Measuring ecoinnovation), http://www.merit.unu.edu/MEI

[21] Alberto Alesina e Andrea Ichino (2009), “L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani”, Mondadori.

[22] OECD (2011), “Towards Green Growth: Monitoring Progress: OECD Indicators”, OECD Publishing, http://dx.doi.org/10.1787/9789264111356-en

[23] L’approccio basato sul consumo consente di misurare il contenuto diretto e indiretto (non generato all’interno dei confini nazionali, ossia incorporato nelle importazioni di beni da altri paesi) di emissioni nella domanda domestica di beni finali (acquisti delle famiglie e del governo e investimenti).

[24] Nel caso di “disaccoppiamento relativo”, le emissioni crescono a un tasso inferiore rispetto alla crescita del PIL; in caso di “disaccoppiamento assoluto”, invece, le emissioni diminuiscono a fronte di un aumento del PIL.