Caos climatico: il killer è entrato in clandestinità

Uragano Irene, conseguenza dei cambiamenti del clima? No, è la conseguenza di un clima di cambiamento iniziato tre anni fa. Una giornalista, esperta di comunicazione ambientale, spiega il perché

Simonetta Lombardo[1]

(download pdf)

Dal punto di vista scientifico tutto procede secondo le previsioni e non si può dire che l’allarme sia arrivato tardi. Già nel 1896 il chimico svedese Svante Arrhenius scrisse che ci sarebbe stato un aumento di temperatura di 5 gradi al raddoppio della CO2 in atmosfera. Un secolo dopo i suoi calcoli sono stati sostanzialmente confermati dall’Ipcc, il panel di oltre 2 mila scienziati coordinato dalle Nazioni Unite. E i segnali climatici confermano la conferma dell’Ipcc. In atmosfera l’anidride carbonica continua ad accumularsi a ritmo crescente: ormai siamo arrivati a una crescita di circa 2 parti per milione l’anno, abbiamo raggiunto un livello del 40% superiore a quello dell’epoca pre-industriale. Il trend di crescita della temperatura è in progressione negli ultimi decenni. La moltiplicazione dei fenomeni meteo estremi, dall’intensificarsi dell’impatto degli uragani ai lunghi periodi di siccità alternati ad alluvioni disastrose, è sotto gli occhi di tutti.

Eppure molti occhi si distraggono. L’ultimo sondaggio online della Nielsen, condotto nell’agosto scorso su 25 mila utenti Internet in 51 paesi, mostra un modesto incremento di attenzione al cambiamento climatico rispetto al 2009 (69% contro 66%), ma una flessione rispetto al 2007, quando il 72% si dichiarava preoccupato dal cambiamento climatico. In Cina, il principale inquinatore mondiale, negli ultimi due anni la percentuale delle persone sensibilizzate al tema è scesa dal 77 al 64%. Negli Stati Uniti è precipitata dal 51 al 48% (era il 62% nel 2007).

Il periodo in cui avviene il crollo di attenzione è significativo: siamo subito dopo il 2007, cioè nel momento in cui la crisi economica si evidenzia come un elemento strutturale e non episodico. E qui che la comunicazione registra un fallimento di portata storica: la diagnosi era chiara, la cura era stata individuata, ma il paziente non è stato convinto. Perché? Come sempre avviene di fronte a fenomeni complessi le cause sono numerose. Proviamo a elencarle.

Il peso delle lobby. A partire dal 2008 (un’altra coincidenza di date) gli investimenti globali nelle fonti energetiche rinnovabili hanno superato quelli sulle fonti convenzionali. Il ritmo di crescita dell’eolico nel mondo ha battuto le previsioni di Greenpeace. Nel fotovoltaico a livello globale gli attuali 35 miliardi di euro di investimento raddoppieranno nel 2015. Nuovi mercati si aprono ogni giorno. É una crescita tanto veloce da spiazzare le multinazionali che governano il sistema energetico globale utilizzando i combustibili fossili, cioè i principali responsabili del rischio di catastrofe climatica.

Il pressing di risposta non si è fatto attendere. Già nel 2006 Christine Whitman, responsabile dell'Epa (l'agenzia USA per l'ambiente), ha dovuto cedere rassegnando le dimissioni per la censura ai rapporti annuali curati dai suoi tecnici; James Hansen, il massimo esperto climatico della Nasa, ha accusato il presidente Bush di volergli imporre il bavaglio per impedire all'opinione pubblica di misurare la reale portata della minaccia climatica; e la Royal Society, la più prestigiosa accademia scientifica britannica, ha denunciato all’opinione pubblica la Exxon per aver distribuito 2,9 milioni di dollari alle lobby anti-ambientaliste perché minimizzassero i rischi legati al cambiamento climatico.

Alla vigilia della decisiva conferenza Onu sul clima di Copenaghen del dicembre 2009, è poi arrivato il climategate, un’operazione di spionaggio climatico all’Università di East Anglia che ha tentato di screditare gli scienziati che si battono per la difesa dell’atmosfera.

La nuova mappa geopolitica. La definizione dei nuovi equilibri geopolitici nella partita climatica è apparsa evidente proprio al summit di Copenaghen, che rappresentava l’ultimo momento utile per varare in tempo la seconda fase degli accordi di Kyoto, in scadenza al 2012. Nella capitale danese l’asse Cina-India ha coagulato attorno a sé un ampio gruppo di paesi emergenti e ha spinto una presidenza americana, ufficialmente impegnata sul fronte climatico, ma in realtà in forte difficoltà per gli equilibri interni, ad accettare un capovolgimento di rotta: non più impegni vincolanti – che erano stati la vera novità strutturale inserita nella negoziazione climatica dal protocollo di Kyoto – ma misure volontarie adottate dai singoli paesi in un quadro di impegni incentivati da un fondo di aiuti allo sviluppo sostenibile.

Una burocrazia irritante. É stato uno stop agevolato da una gestione chiusa e poco flessibile della conferenza di Copenaghen, che rivela un altro punto di debolezza della macchina messa in moto a Kyoto: il rischio che la contabilizzazione delle emissioni serra alimenti un’ennesima megastruttura burocratica a scarsa efficienza e alto costo.

La macchina della propaganda. “La manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante in una società democratica, coloro i quali padroneggiano questo dispositivo sociale costituiscono un potere invisibile che dirige veramente il paese”. Lo scriveva Edward Louis Bernays, considerato dalla rivista Life uno dei cento americani più influenti del Novecento, nel 1928, alla vigilia dell’altra grande crisi economica.

All’inizio del ventunesimo secolo la macchina della propaganda, dopo aver tentato a lungo la carta negazionista degli eco scettici, ha provato a inserire la questione dei mutamenti climatici nella logica del consumo tradizionale, dell’usa e getta. Invece di recuperare un equilibrio del pianeta che consenta di mantenere le condizioni climatiche favorevoli alla specie umana, le lobby dei fossili lavorano per continuare ad aumentare le emissioni serra progettando sistemi di geoingegneria mirati a catturare l’eccesso di carbonio in circolazione. L’Ipcc ha più volte ricordato che si tratta di progetti dall’esito non solo estremamente dubbio, ma spesso potenzialmente pericoloso: invece di riportare equilibrio negli ecosistemi chiave si inseriscono altri fattori destabilizzanti. Di tutto ciò però nei media c’è traccia scarsa o nulla. Mentre abbondano i paginoni sull’inseminazione di ferro negli oceani per far crescere le alghe, sugli specchi da mandare in orbita per riflettere parte dei raggi solari, sulle foreste di alberi finti.

Fc01 Irene FiguraNello stesso tempo gli allarmi meteo vengono sovradimensionati, trasformati in sceneggiature hollywoodiane. É il caso di Irene, l’uragano anomalo nella sua traiettoria che ha attraversato New York, di cui paradossalmente pochissimi media hanno sottolineato il carattere di evento legato ai cambiamenti climatici. Così l’esasperazione dei toni impedisce di cogliere la dimensione drammatica del trend climatico in corso e l’attenzione si ferma sul disastro (relativamente) evitato.

Il nesso economia - ambiente è saltato. É questo forse l’errore determinante. La spinta della crisi ha reso più forte la miopia del sistema decisionale, facendo concentrare l’attenzione sull’immediato e impedendo sia di cogliere il rapporto tra crisi finanziaria, crisi energetica e crisi ambientale, sia di comprendere la forte spinta anticiclica che verrebbe da investimenti mirati al sostegno della green economy.

Tuttavia la minaccia del caos climatico ha una portata tale da indurre a credere che un ripensamento di fondo da parte dei paesi che si affacciano alla leadership mondiale non possa essere troppo lontano. Come nota Hansen in “Tempeste”, la Cina e l'India patiranno enormi sofferenze se il clima supererà le condizioni dell’olocene: l'India ha più di 100 milioni di persone che vivono ad altitudini di poco superiori al livello del mare e altri 100 milioni che potrebbero fuggire dal Bangladesh inondato; in Cina 300 milioni di persone vivono a non più di 25 metri sul livello del mare.

Politica e scienza appaiono destinate a ricongiungersi presto. Sperando che non sia troppo tardi.


I cittadini Europei e l’ambiente

La Commissione Europea ha pubblicato l’estate scorsa un’indagine riguardante gli atteggiamenti dei cittadini europei verso l'ambiente, dalla quale è emersa la presa di coscienza che un uso efficiente delle risorse naturali possa rappresentare una spinta positiva per la crescita economica. I cittadini europei hanno manifestato la convinzione che l’Unione Europea dovrebbe, in questa ottica, investire di più su attività eco-compatibili e di sviluppo, in quanto la percezione diffusa è che non ci sia sufficiente impegno per un uso efficiente delle risorse naturali, soprattutto da parte del mondo produttivo.

Quando si parla di ambiente, in Europa si pensa soprattutto alla protezione della natura (47%), allo stato dell’ambiente (41%) e ai cambiamenti climatici (40%). In Italia, in controtendenza, il termine ambiente non fa pensare alla natura, al cilma o ai cambiamenti climatici, ma evoca soprattutto problematiche legate all’inquinamento delle aree urbane (51%), ai disastri ambientali causati dall’uomo (43%), ai disastri naturali (42%), evidentemente in linea con le principali difficoltà ambientali nazionali. Le problematiche ambientali più temute a livello europeo risultano essere i disastri ambientali causati dall’uomo, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, l’impatto degli agenti chimici sulla salute umana e i cambiamenti climatici. Anche in questo caso gli italiani si discostano leggermente, mostrano una particolare sensibilità ambientale in relazione all’aumento dei rifiuti, ai disastri naturali, all’uso dei pesticidi in agricoltura e alla vivibilità in ambiente urbano.

Nonostante l’interesse per la protezione dell’ambiente sia in generale in lieve flessione, cresce, almeno in Italia, la disponibilità a pagare di più per prodotti più eco-compatibili (+ 3% rispetto ad un’analoga indagine del 2007). Dall’indagine emerge anche la percezione diffusa che le decisioni sulla protezione dell’ambiente sono più efficaci se prese a livello europeo piuttosto che nazionale. Questo dato andrebbe approfondito per capire se ci troviamo di fronte ad un diffuso senso di sfiducia rispetto alle capacità nazionali di affrontare concretamente problematiche ambientali o piuttosto ad un aumento di consapevolezza sul carattere transfrontaliero delle stesse.

Ancora, i cittadini europei ritengono che per risolvere i problemi ambientali sia necessario introdurre multe più severe per i trasgressori, aumentando, nel contempo, le attività di informazione e individuando incentivi più elevati per le aziende e i cittadini virtuosi. Gli Italiani si discostano leggermente da questa visione, ritenendo che si debba, piuttosto, garantire una migliore applicazione della normativa ambientale vigente, che evidentemente è ritenuta sufficiente. I cittadini europei dichiarano di aver migliorato il livello personale di informazione raggiunto sulle tematiche ambientali rispetto ad un’analoga indagine condotta nel 2007 (+ 5% a livello europeo, + 13 % a livello italiano, che tuttavia è più basso rispetto alla media europea). Risulta, invece, generalmente aumentato il livello di sfiducia rispetto alle informazioni sulla eco-compatibilità dei prodotti venduti sul mercato.

Da quanto detto, sembra che la visione dell’ambiente da parte degli italiani sia più antropocentrica, rispetto a quella della media degli europei, che vede l’ambiente più come un bene da conservare per sè, piuttosto che come un posto in cui vivere ed operare. Emerge, tuttavia, da parte di tutti i cittadini italiani, ma anche europei, una forte richiesta di informazione e trasparenza, di impegno innanzitutto istituzionale, e secondariamente privato, verso una maggiore sostenibilità ambientale.

(Paola Carrabba)

 


[1] Giornalista freelance, esperta di comunicazione ambientale

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it