Economia verde, la speranza di salvare il pianeta

Intervista a Vincenzo Ferrara, direttore della Rivista ENEA “Energia Ambiente e Innovazione”

A cura di Cristina Pacciani, Capo Ufficio Stampa ISPRA

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Chiuso un Summit sull’ambiente, se ne organizza un altro.

Questo vien da pensare, visti i risultati ottenuti a 20 anni dalla prima Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro; 172 i Governi che vi parteciparono, 108 i Capi di Stato o di Governo, tanti gli impegni presi. Si pose l’assunto che la salvaguardia dell’ambiente non è solo una delle fissazioni di movimenti ambientalisti o del mondo della scienza o della ricerca; l’ambiente è un’occasione di crescita e di sviluppo, sostenibile per di più. Un ambiente tutelato è garanzia di sopravvivenza per molte popolazioni e per ottenere questo mal si sopportano frontiere politiche o economiche. Quanto di tutto ciò è stato mantenuto? Continuiamo a sfruttare il Pianeta e le risorse che ci mette a disposizione, non “digeriamo” volentieri l’abbattimento delle barriere etniche, religiose e politiche. L’economia non sempre cammina sottobraccio all’ambiente, spesso li vediamo viaggiare separati.

Continuare di questo passo, cui prodest? E soprattutto, di chi è la colpa? Come è possibile conferire un valore aggiunto ai futuri appuntamenti, fondamentali per discutere di ambiente e di sviluppo sostenibile, ed evitare che rimangano soltanto un’occasione di incontro per parlare senza agire?

Lo chiediamo a Vincenzo Ferrara, che ha accettato la sfida di portare alla ribalta il prossimo Summit “Rio+20” e uno dei suoi temi centrali, quello della green economy.

 

Sono passati venti anni dal primo Summit di Rio, nel quale furono assunti diversi impegni che avrebbero dovuto contribuire a una svolta per lo sviluppo sostenibile. Di che si trattava?

A Rio de Janeiro nel 1992 fu approvata innanzitutto la “Dichiarazione di Rio” in cui sono contenuti i 27 principi generali dello sviluppo sostenibile, tra cui, oltre a quelli riguardanti la protezione dell’ambiente e degli ecosistemi, sono quelli di natura socio-economica come l’eradicazione della povertà, la lotta contro le discriminazioni di qualsiasi tipo, l’eliminazione delle distorsioni dei sistemi economici che penalizzano lo sviluppo dei paesi più poveri ecc. Poi, furono sottoscritti impegni riguardanti i cambiamenti climatici e la diversità biologica e raggiunto un accordo per la protezione delle foreste. Infine, fu approvato il piano di azioni per lo sviluppo economico sostenibile del 21° secolo, denominato “Agenda 21”. L’Agenza 21 era, in realtà, l’accordo più importante per pianificare lo sviluppo sostenibile, sia in termini ambientali, sia in termini economici e sociali. Nel 1997, l’Agenda 21 fu rivista per ridefinire gli obiettivi in relazione ai nuovi problemi che erano sorti con la globalizzazione dell’economia. Un nuovo riesame dell’Agenda 21, soprattutto con riferimento ai problemi sociali, fu fatto, poi, nel 2002 con il Summit di Johannesburg, in cui furono stabiliti gli otto obiettivi prioritari dello sviluppo sostenibile da raggiungere nel corso del 21° secolo. Questi otto obiettivi sono meglio noti come gli “obiettivi del millennio” e riguardano l’eradicazione della povertà, l’accesso all’istruzione primaria, l’eliminazione delle discriminazioni di genere, la protezione della maternità e la riduzione della mortalità infantile, la lotta contro le epidemie e l’AIDS, l’accesso all’acqua e la sicurezza sanitaria, l’accesso e l’uso sostenibile delle risorse naturali e, infine, la cooperazione fra i popoli.

 

Quale di essi è stato mantenuto e quale disatteso?

Rispetto agli impegni assunti a Rio nel 1992, comprese le successive ridefinizioni dell’Agenda 21, i risultati concreti raggiunti, a 20 anni di distanza, sono abbastanza deludenti, nonostante una grande attività negoziale nel frattempo condotta, e nonostante solenni promesse e ripetute dichiarazioni di buona volontà. Gli impegni sul clima sono stati quelli che hanno trovato maggiore attuazione, attraverso il protocollo di Kyoto (sottoscritto nel 1997), ma ora, dopo il fallimento della Conferenza di Copenaghen e la prossima scadenza (nel 2012) del Protocollo di Kyoto, siamo purtroppo giunti a un punto morto senza chiare prospettive per il futuro. La lotta per ridurre la perdita di biodiversità è rimasta sulla carta, anzi le perdite di biodiversità globale hanno subito un’accelerazione. Sono stati attuati (ma solo in parte) gli impegni sulla biosicurezza a seguito del protocollo di Cartagena, e forse, con il recente protocollo di Nagoya (2010) sarà possibile in futuro attuare la protezione della biodiversità genetica, e l’accesso e l’uso sostenibile delle risorse genetiche. La protezione delle foreste e la lotta alla deforestazione non sono state attuate come obiettivo, ma come strumento per conseguire gli obiettivi dei cambiamenti climatici. Anche la successiva Convenzione per combattere la desertificazione, pur avendo un carattere multi-regionale, non ha raggiunto concreti risultati in nessuna delle regioni dove è stata attuata: la desertificazione, infatti, è in aumento in tutto il mondo, ed ha innescato altre conseguenze più gravi, come quella delle migrazioni di interi popoli delle aree aride per sfuggire alla siccità e alla mancanza di cibo.

Sugli altri obiettivi di Rio 1992, cioè quelli socio-economici dell’Agenda 21, le cose sono andate anche peggio. Le condizioni di povertà nei paesi africani sub-sahariani e in molti paesi del sud dell’Asia (esclusa l’India), sono peggiorate. L’obiettivo di dimezzare la povertà mondiale entro il 2015 rimarrà sulla carta. La fame e la malnutrizione sono aumentate, oltre che per problemi di siccità e desertificazione, per le difficoltà di avviare un’agricoltura economicamente sostenibile a causa dell’aumento dei costi delle materie prime agricole, dell’aumento della vulnerabilità dei territori ai disastri naturali e, infine, del peggioramento delle condizioni di vita e di salute soprattutto delle donne, che nei paesi in via di sviluppo sono quelle che più si dedicano all’agricoltura.

Molti progressi che si sarebbero potuti ottenere, non sono stati raggiunti per la mancanza di supporto finanziario, di adeguato trasferimento di tecnologie e di know how, nonché di scarso coordinamento nella cooperazione internazionale o tra le istituzioni internazionali. A ciò si devono aggiungere gli alti livelli di corruzione esistenti in molti paesi in via di sviluppo, spesso non democratici, che hanno portato allo spreco delle scarse risorse finanziarie disponibili, oltre che a difficoltà di attuazione di progetti di collaborazione. Infine, il regime dei sussidi su certe produzioni, lo sfruttamento del lavoro minorile, la mancanza di standard sanitari e di qualità dell’ambiente, hanno creato degrado ambientale e sociale, dumping ambientali e sociali e condizioni di concorrenza drogate fra i diversi paesi, tanto che, in molti casi, si sono prodotte situazioni di insostenibilità dello sviluppo: si è andati, cioè, in direzione opposta agli obiettivi di Rio 1992.

Nel frattempo sono sorti nuovi problemi: la crisi finanziaria globale, la sicurezza energetica, il crescente degrado degli ecosistemi, il depauperamento delle risorse naturali e in particolare della disponibilità di acqua, l’eccessiva urbanizzazione e l’uso insostenibile del territorio, le instabilità politiche, fino a nuovi e più numerosi conflitti armati.

 

Il prossimo anno a Rio si sarà costretti a ribadire i vecchi propositi o saranno affrontate nuove tematiche? Quale sarà l’ordine del giorno?

Gli obiettivi della Conferenza sono, da una parte, quelli di verificare quali e quanti progressi sono stati fatti verso lo sviluppo sostenibile mondiale e, dall’altra parte, quelli di riaffermare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, ma soprattutto di impegnarsi con urgenza e molto più concretamente per raggiungerli, alla luce delle nuove sfide emergenti non solo ambientali, ma soprattutto economiche e sociali.

I temi in discussione riguardano, invece, gli strumenti da preparare per rendere effettivo e reale il processo di sviluppo sostenibile. E tali strumenti sono in pratica due:

  • la green economy che deve permettere lo sviluppo sostenibile e contestualmente deve favorire l’eradicazione della povertà;
  • la governance della green economy, cioè il quadro istituzionale internazionale e nazionale che possa garantire un processo di sviluppo sostenibile mondiale che sia duraturo ed equo per tutti i popoli.

 

Il problema maggiore da risolvere sarà quello di chiarire cos’è la green economy e come farla funzionare. Infatti, quantunque tutti (paesi ricchi e paesi poveri) siano d’accordo sul fatto che la green economy è lo strumento più adatto per attuare efficacemente lo sviluppo sostenibile, non vi è, tuttavia, una definizione condivisa di cosa sia la green economy. É opinione comune, nell’attuale fase preparatoria di Rio+20, che non sia indispensabile individuare una definizione precisa, ma piuttosto stabilire un insieme di politiche e di metodi di green economy che portino a un aumento della prosperità dei popoli senza intaccare il capitale naturale del pianeta, indipendentemente da misuratori di crescita economica come il PIL. Sarà necessario superare il concetto di PIL e degli attuali sistemi finanziari ed economici, perché non sono in grado di combattere la povertà, ma anzi portano spesso a distorsioni dei mercati e a maggiori ineguaglianze fra i popoli. E tutto ciò dovrebbe essere supportato da adeguati sistemi legislativi e sistemi fiscali che si integrino armonicamente fra i vari paesi senza creare barriere e condizioni di dumping.

 

green economy?

Alcune azioni virtuose di green economy sono state già applicate non solo in campo ambientale con l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili e l’uso di fonti energetiche a basso impatto ambientale, ma anche in campo economico e sociale come il green procurement, il life cycle assessment, la responsabilità sociale delle imprese ecc. Ma, queste azioni virtuose hanno fatto emergere anche conflitti nel contesto economico attuale dove si misura solo il profitto economico. La produzione di un prodotto “verde”, valutato solo sulla base dei costi di produzione senza tener conto dei benefici ambientali e sociali, è più onerosa rispetto alla produzione dello stesso prodotto, che non contabilizza i costi e i danni causati all’ambiente o alle condizioni di lavoro o al benessere sociale. Di conseguenza, il valore di un prodotto non può più essere espresso attraverso il suo prezzo monetario, così come il livello di prosperità di un popolo non è più esprimibile dal PIL. E questa è la prima sfida della green economy.

La seconda sfida riguarda la governance globale e nazionale della green economy, cioè la parte organizzativa istituzionale e legale. L’architettura istituzionale a livello internazionale coordinata con l’architettura istituzionale a livello nazionale rappresenta la soluzione migliore attraverso cui può essere facilitata la transizione dall’economia attuale alla green economy. E questa è una sfida ancora più difficile della precedente.

 

L’impegno per il nostro Paese? Ce la possiamo fare?

Il nostro Paese è impegnato su due fronti: uno nei riguardi dell’Unione Europea, dove la Commissione UE ha già elaborato un documento di base, e l’altro nei riguardi delle Nazioni Unite dove è in corso la fase preparatoria della Conferenza e dove l’Italia è presente nel Bureau del Comitato preparatorio in rappresentanza del gruppo regionale dell’Europa occidentale. Il Ministero Ambiente ha dedicato un’apposita pagina web informativa sull’argomento, ma, ovviamente non basta né per informare i cittadini né per sollecitare un dibattito e un approfondimento sulle questioni della green economy e dello sviluppo sostenibile. Inoltre, l’impegno, sia nella fase preparatoria, sia durante la prossima Conferenza di Rio+20, non può essere lasciato solo ai rappresentanti ministeriali, ma deve raccordarsi con un processo di partecipazione consapevole di tutti gli stakeholder (cioè con tutte le parti interessate), compresi innanzitutto gli enti di ricerca, i quali, con il loro contributo di ricerca scientifica e tecnologica, sono gli attori prioritari e indispensabili, perché rappresentano la vera cerniera tra gli obiettivi politici o teorici di sviluppo sostenibile da raggiungere e la fattibilità di azioni concretezza e di modalità attuative tecnico-scientifiche, di innovazione tecnologica e di know how attraverso cui raggiungerli effettivamente.

 

A suo avviso, c’è sufficiente sensibilità intorno a questo importante appuntamento? Non parlo solo a livello politico, ma soprattutto a quello tecnico scientifico.

Credo che non ci sia sufficiente sensibilità non solo negli Enti di ricerca e nel mondo scientifico, ma anche negli altri soggetti interessati e nei comuni cittadini, perché l’informazione su questo importante appuntamento non circola in Italia e tanto meno circola la conoscenza su quanto sta accadendo in fase preparatoria e su quanto potrà accadere nella prossima Conferenza. Gli Enti di ricerca e i ricercatori potrebbero colmare queste carenze, perché sono quelli che hanno il maggiore know how scientifico e tecnologico per informare e rendere consapevoli cittadini e istituzioni, ma che hanno anche le maggiori capacità per superare le solite enunciazioni di principio inattuate e inattuabili e proporre, viceversa, soluzioni fattibili ed adatte alle sfide che pone lo sviluppo sostenibile. Scienziati e ricercatori devono affrontare questi problemi cruciali per il futuro dell’umanità, proporre soluzioni e comunicare con il pubblico, senza chiudersi nei loro laboratori.

 

Il suo personale augurio per la Conferenza di Rio

Mi auguro che questa conferenza delle Nazioni Unite, per l’importanza che ha per i nostri figli e le future generazioni, possa ottenere un ampio supporto da parte di tutti i cittadini, supporto che è tanto più forte ed efficace, quanto maggiore è la conoscenza e la consapevolezza dei problemi che si stanno discutendo in fase preparatoria e si discuteranno nella prossima Conferenza di Rio+20. Gli impegni che si prendono in sede Nazioni Unite, come ci insegna l’esperienza del passato, tendono a non essere attuati a livello nazionale e locale, se i cittadini non ne comprendono il significato e se non capiscono qual è il contesto e quali sono le implicazioni, per loro stessi e i loro figli, di quegli impegni: in altre parole, se manca una concreta partecipazione al processo negoziale e alla formazione delle decisioni.

 

Verso Rio+20: la posizione del Parlamento Europeo

Il 29 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato, sulla base della Comunicazione della Commissione Europea del 20 giugno 2011 (COM(2011)363final), una risoluzione sulla posizione comune che l’Unione Europea dovrà assumere nella prossima conferenza di Rio+20 (documento del Parlamento Europeo B/-0522/2011). Il Parlamento Europeo si aspetta che la Conferenza di Rio+20 approvi un documento politico che individui la strategia da seguire per giungere allo sviluppo sostenibile mondiale e rappresenti l’inizio del percorso della fase di transizione verso la green economy. Su questo punto, il Parlamento Europeo fa sue le tre linee di azione proposte dalla Commissione UE (favorire la transizione, investire nella gestione sostenibile delle risorse e del capitale naturale, stabilire le regole di mercato e le condizioni di funzionamento) e chiede che sia predisposta una green economy roadmap, nella quale siano fissati obiettivi, intermedi e finali, che siano concreti e misurabili, tra cui, in primo luogo, quelli  riguardanti l’aumento dell’efficienza energetica e la crescita progressiva dell’uso delle energie rinnovabili.

Tali obiettivi, secondo il Parlamento Europeo, dovrebbero diventare anche legalmente vincolanti, come è stato fatto con il Protocollo di Kyoto, perché, come l’esperienza dimostra a distanza di 20 anni, nella Conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo tenuta a Rio de Janeiro nel 1992 (UNCED 1992) furono presi impegni per lo sviluppo sostenibile rimasti largamente inattuati. La green economy, che deve essere anche lo strumento per l’eradicazione della povertà nel mondo, non va vista, infatti, come un costo o un freno allo sviluppo, ma come un’opportunità per tutti i popoli di uno sviluppo integrato, che coniughi armonicamente la sostenibilità economica con la sostenibilità ambientale e la sostenibilità sociale, che comprende anche la prosperità umana.

 

green jobs come strumento di sostenibilità sociale

Green economy is our only future, ovvero “l’economia verde è il nostro solo futuro”, è il titolo della Dichiarazione di Bandung adottata alla fine della Conferenza di Tunza, svoltasi in Indonesia dal 27 settembre al I ottobre scorsi, in cui 1.400 fra bambini e ragazzi, tutti fra i 10 e i 24 anni, provenienti da 120 paesi di tutto il mondo, si sono incontrati sotto l’egida dell’UNEP e di altre importanti sigle internazionali (Ilo, Unicef, Unfpa, Fao, Wmo, Unesco e Un/Desa), in vista della Conferenza mondiale sull’ambiente che si svolgerà a Rio de Janeiro nel giugno del 2012, vent’anni dopo quella storica del 1992.

La dichiarazione di Bandung identifica l’accesso ai lavori verdi come cruciale per una transizione sostenibile verso la green economy: «Nei prossimi dieci anni – si legge nel documento – la popolazione mondiale supererà i 7 miliardi e avremo bisogno di dare lavoro a oltre un miliardo di giovani: lavori che consentano di vivere una vita produttiva che valga la pena di essere vissuta, ma anche che contribuiscano a raggiungere una piena economia verde».

Se si considera che circa il 40% dei non occupati del Pianeta, quasi 80 milioni di persone, ha un’età compresa proprio fra i 14 e i 24 anni, si comprende perché il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite abbia dato nei giorni passati molta enfasi a questa Conferenza.

D’altronde è stato lo stesso Sha Zukang, segretario generale della Conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile, ad aver messo appaiati al primo punto dell’agenda degli impegni di Rio+20 il lavoro verde e l’inclusione sociale: «Rio +20 sarà un vertice sulla vita delle persone e sui loro mezzi di sostentamento – ha spiegato in una nota ufficiale –. Si tratta di un vertice sulle misure necessarie per creare più posti di lavoro, migliori e verdi. A Rio, i governi avranno bisogno di condividere lezioni su quali politiche relative alla “green economy” potranno essere d’aiuto alla creazione di lavori verdi».

Secondo il Rapporto “Green Jobs: Towards decent work in a sustainable, low-carbon world” dell’UNEP si definiscono lavori verdi quelle «attività lavorative nel settore agricolo, manifatturiero, amministrativo, dei servizi e nelle attività di ricerca e sviluppo che contribuiscono sostanzialmente nell’opera di salvaguardia o ripristino della qualità ambientale. Questi includono attività che aiutano a tutelare e proteggere gli ecosistemi e la biodiversità; a ridurre il consumo di energia, risorse e acqua tramite il ricorso a strategie ad alta efficienza; a minimizzare o evitare la creazione di qualsiasi forma di spreco o inquinamento (…)».

In Italia il dibattito sui green jobs è stato finora limitato alla creazione di posti di lavoro da parte delle imprese del settore delle energie rinnovabili, presso le quali si stima che siano circa 150.000 le persone a vario titolo impiegate, con possibilità secondo uno studio IRES di crescita fino a 250.000 entro la fine del decennio. Secondo l’Isfol, complessivamente i lavoratori verdi nel nostro Paese supererebbero appena le 300.000 unità, ma il numero potrebbe essere molto più alto soprattutto se analizzassimo i dati forniti delle associazioni di categoria e di quelle datoriali.

Si scopre così che non c’è comparto che non sia attraversato, sia pure in tempi di crisi, da una riconversione sostenibile, con numeri decisamente importanti sotto il profilo occupazionale: 116.000 nel trasporto pubblico, 410.000 nel settore delle foreste, 103.000 nei rifiuti e 76.000 nel riciclaggio, 80.000 nelle aree protette, 13.000 nella chimica verde, 50.000 nell’agricoltura biologica, 27.000 nel settore delle bonifiche ambientali, 50.000 nell’ecoturismo.

Complessivamente si stima che siano operativi oggi in Italia fra gli 800.000 e i 950.000 lavoratori verdi, con prospettive di crescita nei prossimi anni. Secondo lo studio GreenItaly di Unioncamere e Fondazione Symbola, il 39,5% di tutte le professioni censite dall’ISTAT sono oggi oggetto di una riconversione verde e il 90% delle imprese italiane ritiene urgente o necessaria l’assunzione di lavoratori con competenze ambientali1.

In chiusura dei lavori di Bandung, Achim Steiner, sottosegretario generale e direttore esecutivo dell’UNEP, ha dichiarato che «i giovani riuniti a Bandung sono il miglior antidoto a un mondo che continua a giustificare la disoccupazione di massa, la povertà e la distruzione dell’ambiente nel nome del progresso economico. E sono anche la parte migliore attraverso cui sperare che Rio+20 sia un evento di trasformazione».

Marco Gisotti
Direttore del mensile Modus vivendi-Ecolavoro


1Tessa Gelisio e Marco Gisotti, Guida ai green jobs, Edizioni ambiente, Milano, 2009.

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it