Le risorse naturali vanno utilizzate con efficienza

download pdf)

Il Parlamento Europeo, con una risoluzione del 13 settembre 2011, chiede che i paesi membri migliorino le politiche per l’uso efficiente delle materie prime. Qui di seguito le considerazioni di un esperto

Riflessioni di Francesco Zarlenga[1]

 

La Commissione Europea aveva illustrato la sua strategia sulle materie prime critiche con la comunicazione COMM (2011)25 del 2 febbraio 2011, che era basata su un rapporto redatto nel 2010 da un gruppo di lavoro creato ad hoc e dalla MEMO/10/263, che riguardava la scarsità di materie prime non energetiche (in particolare 41 elementi, tra cui le terre rare). Il Parlamento Europeo, che ha esaminato questa strategia, ha adottato il 13 settembre scorso una risoluzione non vincolante, secondo la quale l’Unione Europea deve migliorare le politiche dei suoi paesi membri sull’accesso e la commercializzazione delle materie prime critiche soprattutto nei confronti dei paesi extraeuropei. Il Parlamento Europeo, in pratica, ha detto che non basta la strategia, ma che è necessario anche individuare, a livello di Unione Europea, idonei meccanismi decisionali, sia per l’approvvigionamento delle materie prime critiche sia per coordinare meglio le politiche e le azioni degli Stati membri.

Questa risoluzione è basata sugli approfondimenti condotti e sui risultati di un rapporto (Rapporto Butikofer) che descrive il quadro, anche in termini di criticità, della situazione esistente e dove sono elencati numerosi strumenti di attuazione per raggiungere gli obiettivi di sicurezza degli approvvigionamenti delle materie prime critiche e di coordinamento delle azioni nazionali in ambito europeo. In particolare, il rapporto evidenzia la necessità di costituire una task force europea interdipartimentale (fra le diverse Direzioni Generali UE competenti), finalizzata a trovare soluzioni ottimali sull’approvvigionamento di materie prime, sull’esempio di quanto già fatto dalla Francia e dagli Stati Uniti.

Per raggiungere il suo scopo, la task force dovrebbe comprendere le Unità competenti delle diverse Direzioni Generali della Commissione Europea, il Centro Comune di Ricerca, l’Agenzia Europea dell’Ambiente e il Servizio di Azioni Internazionali Esterne alla UE. I compiti da assegnare alla task force sarebbero quelli di redigere, controllare e rivedere le politiche, con accordi di partnership, per assicurare coerenza strategica. La task force, inoltre, dovrebbe anche promuovere un sistema di early warning per allertare la UE dei possibili rischi di distorsione dei mercati e per prevenire possibili conflitti. Poiché l’originale proposta della Commissione non suggeriva la costituzione di una struttura comune di governo sui materiali strategici, molti paesi hanno già adottato politiche mirate, come la Germania, la Finlandia e la Francia, che sono in conflitto con la politica europea.

Il Parlamento Europeo, nella sua risoluzione, ha infine sollecitato un’ambiziosa politica di riciclaggio, soprattutto per quanto riguarda le terre rare, mediante un’European Innovation Partnership (EIP), che tuttavia la Germania ha bloccato sul nascere. Riutilizzare efficacemente gli elementi di terre rare esistenti in Europa, che si perdono nei materiali obsoleti o nei rifiuti, è un’azione prioritaria che può essere rapidamente attuata con la creazione di un network europeo competente sulle terre rare.

Certamente, il rapporto su cui si è basata la risoluzione del Parlamento Europeo, contiene utili raccomandazioni che possono aiutare a definire nuove strategie e soprattutto nuove azioni diplomatiche, sia di tipo strettamente commerciale, sia di nuove relazioni internazionali, ma non va dimenticato che questo settore delle materie prime strategiche deve trovare un coordinamento nel quadro complessivo dell’utilizzo efficiente di tutte le risorse naturali su cui la Commissione Europea ha presentato la settimana successiva (il 20 settembre scorso) un’apposita Comunicazione (vedasi riquadro). Il fatto che la UE sia in fase di definizione di una organizzazione unitaria e coerente nel campo delle materie prime e delle risorse naturali è indubbiamente positivo, anche se appare evidente che i tempi di reazione e di risposta attuativa saranno molto lunghi: questo processo, infatti, è iniziato nel 2008, ma siamo ancora lontani da azioni concrete.

Per quanto riguarda lo specifico settore delle materie prime critiche, va rilevato che, sebbene la UE cooperi già con l’Unione Africana, il Cile, il Giappone e gli Stati Uniti, possono essere possibili nuovi accordi anche con altri paesi come l’Argentina, il Brasile, la Groenlandia e alcuni paesi africani. Tuttavia, gli accordi, passati e futuri, non possono prescindere da vincoli legali che impongano un audit delle società quotate in borsa per aumentare la trasparenza delle imprese estrattive, sia da un punto di vista tributario, sia soprattutto per emarginare le produzioni provenienti da aree dove non sono garantiti i diritti umani, o dove le attività di estrazione sono socialmente e ambientalmente insostenibili.

Vanno, d’altra parte, tenuti separati i quattro punti focali del problema, ovvero le politiche, le attività di riciclaggio degli strumenti obsoleti, i nuovi materiali e le attività di ricerca sul territorio di nuove miniere. In genere, nessuno è in grado di curare al meglio i tre aspetti, perché troppo specialistici, con competenze settoriali di alto livello. Soltanto la politica può creare la sintesi delle esigenze, avendo tuttavia ben chiari gli obiettivi e altrettanto chiari gli strumenti per conseguirli. Poiché in tutta Europa le attività produttive, sia minerarie, sia di riciclaggio dei materiali obsoleti, sia di produzione di nuovi materiali sostitutivi, sono di competenza di società private e non degli Stati, appare evidente che l’approccio corretto al problema debba essere centrato sullo sviluppo di politiche internazionali e nazionali che favoriscano sia le imprese che importano, sia le imprese che direttamente curano l’estrazione, sia infine le imprese che cureranno il riciclaggio e la produzione di nuovi materiali. In tutto questo, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica hanno un ruolo chiave per raggiungere la massima efficienza dei risultati con il minimo utilizzo delle materie prime e delle risorse naturali.

La necessità di joint ventures fra la ricerca scientifica e le imprese è un altro problema che deve trovare incentivazioni adeguate e soluzioni ottimali in molti paesi della UE, dove gli esempi del passato, come quelli del riciclaggio dei rifiuti solidi urbani in Italia, sono stati spesso fallimentari. Particolarmente lungimiranti, in questo contesto sono stati soltanto alcuni paesi (Francia, Germania e Finlandia) che hanno già messo in atto una propria road map per affrontare il problema delle materie prime critiche.

La posizione italiana è stata riassunta nell’intervista rilasciata a Energia, Ambiente e Innovazione (1-2/2011) dall’ Ing. Terlizzese, DG della Direzione per le Risorse Minerarie ed Energetiche, Dipartimento Energia del Ministero dello Sviluppo Economico. Tale posizione prevede tre punti chiave:

  • rilancio dell’opzione estrattiva a livello europeo, favorendo la ricerca e l’estrazione nel territorio della UE, ma anche proponendo una politica di incentivazione alle imprese estrattive europee per operare nel mercato mondiale, ad esempio con la promozione di joint venture con paesi produttori di materie prime strategiche;
  • promuovere e favorire il riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche per il riutilizzo delle materie prime rare in esse contenute e sfruttare pienamente l’urban mining;
  • incentivare la ricerca scientifica e tecnologica europea per approfondire lo studio della problematica della sostituibilità delle materie prime critiche con altre materie prime che non risentono delle stesse limitazioni, e per individuare nuovi materiali sostitutivi o nuove tecnologie alternative.

 

Resource Efficient Europe: Il piano di azioni UE per l’uso efficiente delle risorse

Lo scorso 20 settembre il Commissario Europeo all’ambiente, Janez Potočnik, ha presentato un piano di azione per disaccoppiare la crescita economica dell'Europa dal consumo di risorse naturali. Il Piano di azione, denominato Roadmap to a resource efficient Europe, segue il documento strategico sulle iniziative individuate dalla Commissione Europea per un uso efficiente delle risorse in Europa. Questo documento era stato presentato il 26 gennaio 2011 (Resource Efficient Europe - Flagship initiative under the Europe 2020 Strategy).

La "Roadmap to a resource efficient Europe" analizza sfide e opportunità nei diversi settori socio-economici per ridurre i consumi di risorse naturali senza penalizzare, anzi migliorando, i processi di sviluppo. Il documento suggerisce alla fine l'adozione di indicatori e obiettivi di efficienza uguali o comparabili per tutti i 27 paesi della UE. Dagli indicatori sono escluse le risorse idriche che saranno già regolamentate, in tal senso, entro il 2012. La proposta di indicatori di efficienza è di carattere sperimentale e non è un vincolo legale, almeno per ora e fino a quando non saranno disponibili i risultati di questa sperimentazione e le valutazioni di impatto derivante dall’introduzione di questi indici. Dopo la sperimentazione e il monitoraggio sull'uso efficiente delle risorse (attraverso un’opportuna misura di “produttività delle risorse”), potrebbe accadere che gli indicatori finali, o quelli da identificare come definitivi, siano diversi o modificati rispetto a quelli proposti. In questo quadro, esistono altri aspetti strettamente connessi da risolvere per migliorare un efficiente uso delle risorse.

Il primo e più controverso è quello di eliminare il regime di sussidi adesso esistente in molti paesi della UE su certe produzioni o su certi prodotti. Inoltre, appare necessario spostare la tassazione sui processi produttivi, ed in particolare la tassazione del lavoro, a quella sulle risorse impiegate e al loro utilizzo. Questo perché i prezzi finali dei prodotti (a causa dei sussidi e a causa della tassazione sul lavoro) non rispecchiano né il valore naturale delle risorse utilizzate, né l'impatto sulle risorse naturali (il capitale naturale) che i sistemi di produzione (capitale economico) possono avere. In questo modo, è più chiaro sia alle imprese, sia a chi investe in attività economiche, quali sono le pratiche ed i processi che vanno nella direzione della green economy (minor uso di risorse naturali ed economicamente più convenienti) rispetto a quelle non ambientalmente sostenibili (maggior uso delle risorse naturali ed economicamente non convenienti).

Il secondo aspetto è come valorizzare, alla pari di una risorsa naturale, una materia prima ottenuta dal riciclaggio dei rifiuti. In questo caso, bisognerà incidere su strategie, metodi e azioni che combinino, da una parte, il processo di life cycle assessment dei prodotti e dall'altra i processi di gestione sostenibile dei rifiuti, che portino al loro azzeramento attraverso il riciclaggio e la produzione di materie prime seconde di alta qualità.

Il terzo aspetto riguarda la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica che devono essere promosse e incoraggiate per favorire e accompagnare la transizione dello sviluppo economico da una situazione in cui la produzione materiale è molto alta, e alto è anche l’impiego delle risorse naturali, a una condizione di dematerializzazione della società, in cui non vi è più consumo delle risorse, essendo le stesse rinnovate e rinnovabili.

I settori economici maggiormente coinvolti per raggiungere un uso efficiente delle risorse sono principalmente il settore alimentare (l'alimentazione e la produzione alimentare), quello  residenziale (le attività terziarie, gli edifici e le costruzioni), ed infine, la mobilità (autoveicoli e trasporti), che sono complessivamente responsabili, nei paesi industrializzati, del 70-80% degli impatti delle attività umane sulle risorse naturali.

(Valerio Abbadessa)

 

 


[1] ENEA, Unità Tecnica Fonti Rinnovabili

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it