Il land grabbing minaccia la sicurezza alimentare dei poveri e ne peggiora le condizioni di povertà

Carestia e siccità colpiscono l’ Etiopia e il corno d’Africa: è il più grave disastro umanitario degli ultimi 60 anni. Molti investitori stranieri, per lo più cinesi e dell’Arabia Saudita, stanno approfittando di questa situazione per comprare terreni e investire in agricoltura (land grabbing), in cambio di un po’ di cibo. Contro atti simili di speculazione sulla povertà, la fame e i diritti umani, la FAO ha avviato un processo di regolamentazione internazionale, che tarda però ad essere definito. Sul land grabbing e le sue implicazioni, qui di seguito le spiegazioni di un’esperta

Paola Perfetti

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Fattoria.jpgMisure efficaci per regolare il land grabbing – l’acquisizione incontrollata di terre da parte di compratori e/o speculatori – sono state oggetto di recenti negoziati intergovernativi che coinvolgono rappresentanti della Food and Agriculture Organization (FAO), tra cui la Dichiarazione di Tirana del 27 maggio 2011 e la riunione del Comitato per la Sicurezza Alimentare.

Si definisce più precisamente land grab la pratica dell’accaparramento di vaste aree di superficie rurale irrigua e coltivabile da parte di Governi stranieri, multinazionali o fondi di investimento in Paesi poveri, allo scopo di produrre cibo, mangimi o biocombustibili. Tali prodotti vengono poi esportati nei paesi dei compratori, di solito in cambio di capitali o di realizzazione di infrastrutture. Il risultato netto di tale pratica è però l’insicurezza alimentare di centinaia di milioni di persone senza reali benefici al paese ospitante.

Attualmente i principali compratori di terre nei paesi più poveri soprattutto dell’Africa, ma anche del sud-est asiatico e del sud America, sono i Paesi del Golfo, la Cina e la Corea. Tra i fattori che contribuiscono a creare lo stato di insicurezza alimentare, la crisi finanziaria degli ultimi anni, sommata a quella climatica, energetica ed alimentare, sta minacciando i già fragili equilibri globali. L’economia nel suo complesso si rivolgerà sempre di più al crescente mercato delle risorse naturali: in questo quadro le previsioni e taluni indicatori economici fanno prevedere una decisa accelerazione della corsa alla terra nei prossimi anni. Già oggi quasi tre miliardi di persone vivono in regioni dove la domanda di acqua e di cibo supera l’offerta. Una vasta gamma di interessi è coinvolta in queste operazioni, da quelli delle società multinazionali del campo agroalimentare, a quelli delle istituzioni finanziarie, nonché quelli dei governi ospitanti, poiché, in molti paesi, la terra è di proprietà o è controllata prevalentemente dallo Stato.

La FAO stima che gli investimenti in agricoltura nei paesi in via di sviluppo debbano crescere del 50 per cento entro il 2050 per nutrire la popolazione mondiale in costante crescita.

Le attuali carenze nella governance del fenomeno fanno sì che la compravendita di terreni non sia ugualmente vantaggiosa per tutte le parti. Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, nel corso della XXXVI riunione del Comitato sulla Sicurezza Alimentare Mondiale, ha dichiarato che “se i Paesi non sono soggetti ad una sorveglianza internazionale e non sono incoraggiati a condividere i rapporti con la loro società civile, una gran parte del valore aggiunto delle direttive sulla gestione delle terre sarà perduto”.

Allo stato attuale, gli Stati acquirenti, i fondi d’investimento e tutti i soggetti interessati dall’acquisizione di terre, in assenza di una regolamentazione internazionale vincolante, non hanno alcunché da perdere, a tutto detrimento, invece, delle popolazioni più vulnerabili.

La Dichiarazione di Tirana, sottoscritta da oltre 150 rappresentanti di Istituzioni internazionali, tra cui FAO, International Fund for Agricultural Development (IFAD), United Nations Environment Programme (UNEP) e World Bank, Organizzazioni non governative, Agenzie governative e altre organizzazioni di vari paesi coinvolti, ha posto sette principi cardine per arginare il fenomeno.

Al primo posto è citato l’empowerment di tutti gli attori locali, con forte accento sulla popolazione femminile; si richiama una visione a lungo termine del territorio che metta al centro proprio le comunità locali; si citano modelli di investimento in agricoltura che creino i presupposti per raggiungere alcuni Obiettivi del Millennio.

Si sono recentemente conclusi presso la Sede FAO i negoziati del Comitato ONU per la sicurezza alimentare (CSA) per la redazione delle Linee Guida Volontarie per il possesso responsabile di terra, bacini di pesca e foreste, in merito ai quali è stato redatto circa il 75% delle linee guida, alla presenza di 70 Stati membri, 45 rappresentanti della società civile e uno del settore privato. I lavori vanno avanti con qualche difficoltà e verosimilmente saranno conclusi in una sessione straordinaria del CSA a inizio del 2012.

Attualmente, le questioni in sospeso sono ancora molte:

  • la definizione concordata di congrui indennizzi in cambio della sottrazione di terre fertili alle popolazioni locali;
  • il diritto all’informazione, quale unica garanzia della reale comprensione degli scambi proposti e degli indennizzi offerti;
  • l’accertamento delle violazioni dei diritti umani nei casi di popolazioni cacciate dalle loro terre o minacciate;
  • la tutela del libero accesso all’acqua, al mare per la pesca, alle terre per la pastorizia;
  • la regolamentazione del ruolo degli Stati e dei privati, come le grandi corporazioni e i fondi d’investimento, nella produzione agricola.

 

La scarsa trasparenza e la segretezza che circondano le compravendite di terra, riconducibili ai fenomeni sin qui descritti, rendono difficile calcolare i numeri esatti. Non vi sono dati certi sulla dimensione raggiunta sinora dal land grab. Secondo il rapporto di Oxfam, ONG storicamente impegnata nella lotta contro la povertà e la fame, pubblicato a settembre, sono 227 milioni gli ettari di terra venduti, affittati o concessi in uso in tutto il mondo dal 2001 (più di sette volte l’Italia) di cui non tutti sono classificabili come land grab, ma dietro le acquisizioni di terreni si cela spesso questo fenomeno.

Gli investimenti in agricoltura e nelle aree rurali sono necessari per garantire la sicurezza alimentare di 9 miliardi di persone che popoleranno la terra nel 2050, a fronte dei fabbisogni nutrizionali dei quali non ci sono “principi” che possano rendere accettabile l’accaparramento indiscriminato e la concentrazione della proprietà della terra nelle mani di un numero sempre più ristretto di proprietari, multinazionali straniere, fondi d’investimento speculativo o élite locali.

Per evitare danni maggiori rispetto a quelli già prodotti occorre che una moratoria internazionale agli investimenti per l’acquisto di terre per migliaia di ettari sia fissata al più presto dalle istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale ed il Fondo monetario Internazionale. Il CSA è nella posizione giusta per negoziare soluzioni tra i governi e sovrintendere e coordinare l’azione globale, favorendo accordi multilaterali sulla governance della terra.

 

Le iniziative internazionali

Le linee guida adottate su base volontaria appaiono al momento cruciali nella lotta contro la fame poiché potrebbero dare voce ai diritti delle popolazioni dei paesi più poveri e rispondere alle esigenze di trasparenza e sostenibilità. Un codice di condotta non ha la stessa forza vincolante di un accordo regolarmente sottoscritto tra le Parti, ma potrebbe rappresentare un primo passo verso comportamenti più responsabili.

Secondo la definizione adottata dalla International Land Coalition (ILC) a Tirana, Albania, il 26 maggio 2011 il termine “land grab” si riferisce ad acquisizioni di terre effettuate:

  • violando i diritti umani e in particolare i diritti delle donne;
  • ignorando il principio del consenso libero, preventivo e informato delle comunità che utilizzano quella terra, in particolare dei popoli indigeni;
  • ignorando l’impatto sociale, economico e ambientale derivante dall’accordo, e l’impatto sulle relazioni di genere;
  • evitando la conclusione di contratti trasparenti, contenenti impegni chiari e vincolanti sugli impieghi e sulla ripartizione dei benefici;
  • evitando la partecipazione democratica, il controllo indipendente e la partecipazione informata delle comunità che utilizzano la terra.

 

La Dichiarazione di Tirana afferma la necessità di promuovere un accesso equo e sicuro alla terra, di ridurre la povertà, di promuovere lo sviluppo sostenibile e contribuire all’identità, la dignità e l’inclusione sociale.

Aquila Food Security Initiative (AFSI), preparata dal meeting dei Ministri dell’Agricoltura nell’ambito del G8 de L’Aquila nel 2009, rappresenta il primo strumento di cooperazione globale per la sicurezza alimentare mondiale e per assicurare il rispetto del principio di “investimento responsabile”. I leader si sono impegnati a mobilitare 20 miliardi di dollari in 3 anni per sostenere lo sviluppo rurale nei paesi poveri.

Il Comprehensive Africa Agriculture Development Programme (CAADP) è lo sforzo più ambizioso e completo di riforma agraria mai intrapreso in Africa. L’iniziativa dell’Unione africana (UA) e del Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa (NEPAD) rappresenta un cambiamento fondamentale verso lo sviluppo ed è completamente guidata dagli stessi governi africani. Essa riflette il riconoscimento da parte dei governi africani dell’agricoltura come centrale per l’alleviamento della povertà e della fame e, quindi, per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM).

(Paola Cicchetti, Marina Leonardi)

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it


Paola Perfetti - Stagista ENEA, Unità Relazioni Internazionali