La lotta alla desertificazione dopo la decima Conferenza delle Parti

Maurizio Sciortino

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Desertificazione.jpgLa Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD), istituita nel 1994, è l'unico accordo internazionale giuridicamente vincolante ove le connessioni, fra i temi dell'ambiente e dello sviluppo delle attività di produzione cibo e di gestione risorse del territorio, convergono e sono affrontate nel complesso intreccio che definiamo lotta alla desertificazione. Il nodo che la UNCCD si prefigge di dipanare è quello generato della povertà e del degrado delle zone aride, semi aride e sub-umide secche. Povertà e desertificazione sono fra loro strettamente connesse da relazioni di causa ed effetto su cui si cerca di intervenire per innescare un ciclo virtuoso di miglioramenti. Complessivamente le zone vulnerabili ricoprono il 41% della superficie globale e sono abitate da oltre 2 miliardi di persone. Le terre secche sono minacciate dal rischio di degrado per la loro fragilità ambientale e sociale a causa dei fenomeni ambientali (erosione, salinizzazione, deforestazione) e sociali (salute, sicurezza, demografia, povertà). Il benessere umano risulta, nelle terre secche, al livello più basso rispetto a tutti gli altri contesti e otto su venticinque 'punti caldi' a maggior rischio di perdita della biodiversità sono nelle terre secche dove un quinto della superficie è stata progressivamente degradata a partire dagli anni 80;

Per affrontare i nodi irrisolti dello sviluppo e della salvaguardia dell’ambiente delle terre secche e per dare un rinnovato impulso alla lotta alla desertificazione la UNCCD ha avviato nel 2007 una nuova strategia (10 year strategy). Il bisogno di una nuova strategia alla lotta alla desertificazione è risultato chiaro a tutti i paesi perché dopo i primi dieci anni di vita della Convenzione, le sue tematiche ancora non erano entrate a far parte delle agende locali, nazionali ed internazionali.

I primi dieci anni non sono però passati invano; i paesi affetti hanno iniziato nel 1996, dopo l’entrata in vigore della Convenzione, ad elaborare ed attuare i loro programmi di azione nazionale (NAP) attuando un approccio partecipativo che ha permesso di individuare i passi necessari ad affrontare i problemi specifici di ogni contesto geografico e nazionale.

I miglioramenti sociali ed ambientali ottenuti e la mobilizzazione delle risorse nel decennio non sono stati giudicati soddisfacenti in quanto non si è stabilita fra paesi affetti e paesi sviluppati-donatori la necessaria sinergia a dare impulso alle attività di attuazione. I due blocchi di paesi hanno continuato a parlare linguaggi differenti senza trovare obiettivi comuni che permettessero di utilizzare al meglio le risorse che pure erano disponibili. È soprattutto apparsa evidente la mancanza del valore aggiunto derivante dall’attuazione della Convenzione e dei NAP da parte dei paesi affetti. La lotta alla desertificazione non è riuscita a fare breccia nelle burocrazie ministeriali ed è rimasta in attesa di una mobilitazione di mezzi e risorse che ancora non sono arrivati.

E così la UNCCD, alla ricerca di un possibile miglioramento, ha cambiato strategia elaborando la “10 year strategy”, che stabilisce nuovi obiettivi e metodi di lavoro. A partire dal 2008 la lotta alla desertificazione non può più essere inquadrata fra le attività ordinarie svolte a prescindere dagli obiettivi e dai metodi della UNCCD ma deve essere programmata ed attuata in modo che le azioni siano identificabili ed il valore aggiunto della Convenzione quantificabile.

Gli obiettivi e gli indicatori[1] della strategia rendono anche più facile comunicare ai decisori politici la direzione verso cui muoversi.

Gli obiettivi strategici della “10 year strategy” (2008-2018) sono:

  1. migliorare le condizioni di vita delle popolazioni nelle zone affette
  2. migliorare lo stato degli ecosistemi nelle zone affette
  3. generare benefici globali.

 

I paesi affetti (compresa l’Italia) devono riallineare le loro attività di lotta alla desertificazione, dare impulso al ruolo giocato dalla conoscenza scientifica, e valutare i progressi ottenuti presentando un rapporto analitico basato sull’uso degli indicatori di impatto[2] alla prossima riunione del Comitato per la Revisione dell’Implementazione della Convenzione (CRIC) che si svolgerà a Bonn nel 2013.

La decima COP svoltasi in Sud Corea dal 10 al 21 ottobre ha adottato decisioni cruciali (40 decisioni[3]) per l’attuazione della Convenzione. Sono stati istituiti due gruppi di lavoro, dedicati agli indicatori di impatto ed alle opzioni per migliorare la base scientifica della UNCCD. Il primo gruppo lavorerà per rendere possibile anche ai paesi più poveri l’impiego di metodologie scientifiche per la valutazione degli indicatori di impatto, mentre il secondo vaglierà le opzioni e la fattibilità di un panel scientifico intergovernativo come richiesto da tutta la comunità scientifica internazionale. Sul piano finanziario sono state definite le modalità di accesso ai fondi che la Global Environmental Facility (GEF) ha destinato alle attività della Convenzione a beneficio dei paesi più poveri. Anche se lo stanziamento destinato alla desertificazione continua ad essere la minore delle tre convenzioni di Rio, 405 milioni di dollari contro i 1210 della biodiversità ed i 1360 dei cambiamenti climatici per il periodo 2010-2014, va sottolineato un incremento del 30% rispetto al periodo precedente. Una parte dello stanziamento sarà dedicato alle attività svolte nei singoli paesi per l’attuazione della Convenzione aprendo, per la prima volta, la strada ad una collaborazione fra UNCCD e GEF.

È stato inoltre lanciato un programma di borse di studio per sostenere la formazione dei giovani nelle discipline attinenti la lotta alla desertificazione ma le risorse per attuarlo non sono ancora state individuate.

La Corea del Sud, che ha ospitato la Conferenza, ha dato un segnale molto positivo lanciando una sua iniziativa a sostegno delle attività della Convenzione con un finanziamento straordinario che ha permesso di istituire un premio internazionale ed il finanziamento delle attività del comitato per la Scienza e la Tecnologia per i prossimi due anni.

Quindi la speranza di passare dalle parole ai fatti, cioè dalla programmazione all’attuazione, è viva e vegeta ma ora tutto dipenderà dalla volontà dei decisori nazionali di raccogliere questa opportunità ed orientare nella direzione giusta le risorse umane e finanziarie disponibili attribuendo alla lotta alla desertificazione una maggior priorità.

Ma l’Italia che fa? I Ministeri coinvolti a pieno titolo sono il Ministero dell’Ambiente per la tutela del Territorio e del Mare per le attività sul territorio nazionale ed il Ministero degli Affari Esteri per le attività di cooperazione allo sviluppo. La partecipazione italiana alle assise internazionali sulla desertificazione è stata sinora sempre onorata ai massimi livelli istituzionali ma questo ruolo di rappresentanza non esaurisce certo i compiti Italiani. Il Ministero dell’Ambiente dovrebbe riprendere le fila delle attività iniziate negli anni passati con le regioni e riattivarsi nei confronti dell’Unione Europea utilizzando i nuovi strumenti che sono a disposizione nei programmi delle DG Ambiente e Ricerca e Sviluppo. Dopo anni di intensa attività, coordinata da un apposito comitato nazionale, l’attenzione verso la desertificazione in Italia è progressivamente diminuita nonostante le dichiarazioni fatte nelle occasioni ufficiali.

Anche la ricerca scientifica potrebbe dare impulso alla lotta alla desertificazione sia a livello nazionale che internazionale se venissero meglio mobilitate e coordinate le risorse esistenti. In tempi di vacche magre se non vogliamo perdere il patrimonio di conoscenze e di esperienze faticosamente acquisito in anni di attività è necessario mettere a fattor comune tutte le risorse nazionali sviluppando sinergie e ottimizzando quanto disponibile per far fronte agli impegni.

L’Italia è stata sin dagli inizi fra i maggiori sostenitori della UNCCD e ospita tutt’ora a Roma le agenzie delle Nazioni Unite che coordinano programmi e progetti a pieno titolo inseriti nella lotta alla desertificazione. Sarebbe assurdo disperdere nel nulla i risultati che la presenza e l’impegno dell’Italia hanno contribuito a produrre (ricordo solo a titolo di esempio la “muraglia verde” in Sahel ed il sistema di gestione delle conoscenze locali e tradizionali) e sarebbe assurdo scomparire dallo scena senza raccogliere i frutti delle risorse e del lavoro investiti. Ma tutto questo richiede una volontà ed una leadership capace di affrontare la complessità dei temi legati alla lotta alla desertificazione con le necessarie politiche ed azioni.

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it


Maurizio Sciortino - ENEA, Unità Tecnica Modellistica Energetica ambientale, Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti

[1] La strategia ha introdotto due categorie di indicatori: indicatori di implementazione e di impatto. Gli indicatori di implementazione devono valutare a scala nazionale le iniziative prese per l’attuazione della convenzione mentre quelli di impatto sono finalizzati al monitoraggio dei cambiamenti ambientali e sociali sul territorio in riferimento alle condizioni di vita della popolazione.

[2] Gli indicatori di impatto sono undici ma solo due verranno utilizzati per il primo ciclo di rapporti nazionali: Proportion of the population in affected areas living above the poverty line; Land cover status.

[3] Le decisioni della COP10 sono consultabili http://www.unccd.int/cop/cop10/ldec.php ed un dettagliato resoconto dei lavori della conferenza dell’Earth Negotiations Bullettin è http://www.iisd.ca/desert/cop10/