Addio a Renato Dulbecco, “forward-thinking scientist”

Tutti gli studenti di Medicina, Biologia, Biotecnologie degli ultimi 50 anni, hanno incontrato, durante il loro corso di studi, Renato Dulbecco. Infatti, non vi è libro scientifico, trattato o manuale di laboratorio che non riporti il nome del professore che ha reso “grande” la Virologia molecolare.

Laureato giovanissimo in Medicina all’Università di Torino, apprende il rigore scientifico dalla scuola di Giuseppe Levi, anatomo-patologo, mentore di ben tre premi Nobel (Luria, Levi Montalcini e dello stesso Dulbecco). Lascia l’Italia per gli Stati Uniti, dove lega il suo nome alle più grosse istituzioni statunitensi come il Caltech e il Salk Institute. La sua brillantissima carriera di virologo lo vede inizialmente impegnato insieme a Salvator Luria nello studio dei Batteriofagi (virus dei batteri), ma è con il passaggio nel gruppo di Max Delbrück che intraprende la ricerca nel campo che diventerà fondamentale per sua carriera: quello dei virus oncogeni umani.

Dulbecco dimostra per primo che l'infezione da parte di alcuni virus può comportare l’introduzione permanente di geni virali nel genoma della cellula ospite e che questo evento determina l’acquisizione di un fenotipo tumorale; egli scopre che il trasferimento delle sequenze virali è mediato da un enzima, la trascrittasi inversa o, più precisamente, la DNA polimerasi RNA-dipendente. È questa una delle scoperte fondamentali che hanno dato l’impulso agli studi su meccanismi molecolari di base su cui si fonda tutta la ricerca attuale nell’ambito della cancerogenesi, tema che lo vede sempre protagonista, con pubblicazioni sulle più prestigiose riviste del settore, fino a pochi anni or sono.

Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1975, insieme a David Baltimore, Renato Dulbecco è a buona ragione anche uno dei padri fondatori della genomica del ventunesimo secolo, quale propugnatore del primo grande progetto di sequenziamento del genoma umano. Rimane sempre attento al contesto italiano della ricerca in questo settore e, alla fine degli anni novanta, fa il punto sullo stato dell’arte del contributo e dei futuri indirizzi che l’Italia decide di dare in quest’area di ricerca.  Paladino di una ricerca libera da vincoli politico-ideologici, sottoscrive, insieme con altri scienziati, un accorato appello al Congresso USA e, poi, al Presidente Bush, mettendo in evidenza la necessità di non porre restrizioni, se non quelle dettate da etica scientifica, agli studi sulle cellule staminali embrionali senza i quali, si cita testualmente, “ ….i tremendi benefici scientifici e medici derivati, non potrebbero essere messi a disposizione dei pazienti che ne hanno un disperato bisogno”.

Figura di riferimento per i molti cervelli che lasciano l’Italia a causa della cronica incapacità delle istituzioni di attuare progetti che valorizzino i percorsi culturali-formativi di eccellente qualità che l’insegnamento universitario propone, Dulbecco appare uno dei testimoni chiave della rivoluzione della conoscenza biologica attuale. La rivoluzione a cui tutti stiamo assistendo, deriva principalmente dalla velocità con la quale si procede con la decifrazione puntuale del corredo genomico dei viventi, cosa che è già di importanza strategica per la salute dell’uomo, per l’agricoltura e per l’ambiente. Nel prendere atto che una pietra miliare della storia della biologia dei tempi moderni sia stata posta da un italiano, osserviamo con scarsa soddisfazione che le eccellenze italiane in campo scientifico non hanno spesso modo di esprimersi in Italia, ma all’estero.

(Eugenio Benvenuto)

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it