Ricerca e filiera alimentare

La filiera agro-alimentare si considera schematicamente composta da tre principali parti: produzione primaria, trasformazione, distribuzione alimentare. Il Rapporto della Banca d’Italia “La grande distribuzione organizzata e l’industria alimentare in Italia”, presentato il 21 marzo a Palazzo Koch, affronta in termini economici il rapporto tra grande distribuzione e industria alimentare nel nostro paese. Qui di seguito una prima analisi delle problematiche in relazione alle attività di ricerca italiana nel settore

(download pdf)

Difficile l’innovazione tecnologica per le piccole e medie imprese

Marina Leonardi

 

2trattore_Fiat_NewHolland.jpgIl rapporto della Banca d’Italia segue la pubblicazione, avvenuta il 1° marzo, dei risultati ottenuti dalla partecipazione italiana ai bandi del 7PQ nel settore delle biotecnologie, prodotti alimentari e agricoltura nell’ambito della ricerca applicata alla filiera, ricerca che è in grado di introdurre elementi innovatori capaci di aumentare la competitività della filiera medesima e quindi, in ultima analisi, i margini di profitto delle diverse componenti. Le piccole e medie imprese (PMI), di cui è largamente composto il tessuto imprenditoriale alimentare nazionale, non svolgono ricerca in modo autonomo, bensì ricorrendo in gran parte alla Ricerca pubblica. Ricerca e Innovazione ad opera del sistema pubblico delle Università e degli Enti di Ricerca rappresentano quel valore aggiunto di tante produzioni alimentari in grado di ridare slancio alle PMI alimentari. Con pochi margini però, le imprese investono sempre meno in ricerca e il settore, pure così importante per l’industria manifatturiera italiana e il nostro export, rischia di perdere posizioni nel quadro internazionale.

L’importanza dell’industria di trasformazione alimentare in Italia si può desumere sia dai valori assoluti che la caratterizzano, sia da quelli relativi al confronto con altri Paesi dell’Unione Europea.

Nel 2007 il comparto alimentare rappresentava circa il 10 % dell’intero settore manifatturiero come occupati e il 9% del valore aggiunto, valori un po’ più bassi della media UE e in gran parte, come occupati, anche di Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania.

Una caratteristica del tessuto industriale alimentare italiano, comune anche ad altri Paesi, è di essere costituito da PMI, in particolare proprio le piccole imprese con meno di 20 addetti rappresentano il 96% del totale; valori simili ha la Francia, mentre più basse sono le analoghe percentuali di Germania e Regno Unito.

I numeri macro del settore Food and Drink europeo lo caratterizzano come il più grande settore manifatturiero con il 13% del turnover del manifatturiero in Europa, con oltre 4,3 milioni di occupati (stime di Federalimentare da dati FoodDrinkEurope 2011). In tutta l’Unione Europea ci sono 310.000 imprese di cui oltre il 95% sono PMI. Il loro turnover ammonta a circa il 48,7% del totale e il numero di addetti al 63%. Tuttavia, nonostante le ragguardevoli dimensioni, la spesa in R&S del settore industriale alimentare europeo ammonta a non oltre il valore dell’1,05% del fatturato netto. L’Unione Europea esporta alimenti e bevande con un valore di export che supera di circa 3 miliardi l’import.

Questo dato positivo va valutato insieme al dato secondo il quale la produzione alimentare, in generale, contribuisce significativamente alle emissioni di gas a effetto serra. Nel 2050 esso potrebbe raggiungere addirittura un valore pari al 40% del totale delle emissioni. Con la crescita della popolazione globale prevista da 6,5 miliardi a oltre 9 per il 2050, la sfida di aumentare le produzioni alimentari conseguendo al contempo una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra diventerà sempre più pressante.

Per mantenere positivi i valori di crescita sostenibile del settore in Europa (e in Italia), è necessario contribuire alla competitività delle imprese e della filiera in toto, con un incremento dell’innovazione di prodotto/processo/sistema, tenendo presente le varie componenti della filiera. Ciò che la tecnologia rende possibile al produttore primario/trasformatore non è sempre necessariamente ciò che interessa di più il consumatore o ciò che aumenta i fatturati di chi commercia alimenti e bevande. Tuttavia vi è un sottoinsieme di innovazioni che riescono ad assecondare gli interessi di produttori, commercianti e consumatori.

Una considerazione attenta di dove e come innovare deve tener conto di come sta cambiando la popolazione europea, per esempio in quello specifico ambito rappresentato dall’invecchiamento generalizzato. Migliorare le produzioni alimentari può significare allora venire incontro alla richiesta di incrementare i requisiti qualitativi degli alimenti, introducendo fattori di innovazione che aumentino il profilo nutrizionale per coloro che vogliono invecchiare in salute, contrastando e prevenendo alcune patologie legate alla dieta.

Analogamente, per la popolazione più giovane e più legata ai consumi di Junk Food, c’è un’estrema necessità di innovare producendo alimenti sensorialmente appaganti, ma che non rappresentino un fattore di rischio per l’impennata di obesità che sta affliggendo l’Europa e l’Italia, in particolare, con dati allarmanti: 27% di ragazzi e 25% di ragazze tra i 5 e i 17 anni sovrappeso o obesi.

Tuttavia, a fronte di queste evidenze, si sta drasticamente riducendo la possibilità di investire nella ricerca e nell’innovazione alimentare. Da un’approfondita analisi della Banca d’Italia sul rapporto tra grande distribuzione alimentare e industria alimentare in Italia, recentemente presentata a Palazzo Koch a diversi stakeholder nazionali, si può evincere che alcune distorsioni, soprattutto nella parte terminale della filiera, quella che porta i prodotti alimentari sui banchi dei supermercati al consumo, stanno erodendo i margini delle imprese al punto che la volontà di innovare delle aziende ne risulta ampiamente ridimensionata e negativamente influenzata.

Un produttore meridionale di olio extra-vergine di oliva che ha puntato sull’innovazione di prodotto, per un olio più mirato ai nuovi fabbisogni nutrizionali per un healthy aging ovvero per esportare su mercati per esempio nord-europei, deve fare i conti con un mercato sempre più avaro di margini, al punto che le spese sostenute per innovare possono non trovare più un corrispettivo interessante.

Da dati ottenuti analizzando le più recenti performance nazionali nella ricerca comunitaria nel settore alimentare (vedi dati riassuntivi nel riquadro), si evince che la ricerca italiana è in affanno. Un settore che conta, per l’Italia e la UE, in cui l’Europa ha deciso di investire nel prossimo Programma quadro 4,7 miliardi di euro  per “Food security, sustainable agriculture, marine e maritime research and the bioeconomy”, ci vede inseguire le performance di altri Paesi, per cercare di non arretrare sulle posizioni nazionali.

Occorre, a nostro avviso, uno sforzo congiunto e un coordinamento interministeriale tra Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e Ministero della Coesione Territoriale in primis. Questo coordinamento interministeriale dovrebbe essere teso a mettere a fattor comune quei (pochi) fondi per la ricerca e l’innovazione agro-alimentare che dovrebbero andare a favore delle PMI, delle Regioni e dei consumatori nazionali, in ultima analisi.

 

Analisi dei dati della partecipazione italiana al 7PQ di ricerca e sviluppo dell’Unione Europea (2007-2013)

Biotecnologie, Prodotti alimentari e agricoltura

  • Il Budget complessivo del Programma è di 1,935 miliardi di euro.
  • I bandi conclusi per questa priorità sono stati 6 con un budget indicativo di 1,020 miliardi di euro.
  • Le proposte presentate sono state 2.034 e quelle ammesse a negoziazione 319.
  • Il rateo di successo è del 15,7%. Nelle proposte presentate c’è ha una forte presenza di coordinatori italiani, per numero, superiore a tutti i Paesi UE.
  • Un basso tasso di successo (9%) per numero di coordinatori sulle proposte ammesse al finanziamento colloca invece l’Italia dopo Regno Unito, Francia, Germania e Paesi Bassi nella classifica finale.

 

Le Università rappresentano il 66% dei coordinatori vincenti italiani, mentre l’industria italiana non ottiene nessun coordinamento, in certa misura a riprova di quanto riportato nel testo dell’articolo.

La percentuale italiana di finanziamento sul budget generale si attesta al 7,59% (circa 78 milioni di euro in negoziazione) e si posiziona dietro il Regno Unito (13,53%), Germania (10,90%), i Paesi Bassi (10,57%), la Francia (9,75%).

Nel 6PQ la percentuale di rientro italiano sul budget complessivo del programma è stata dell’8,7%. Il trend è quindi in calo di oltre un punto %.

 


dati aggiornati al 1° marzo 2012)

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it


Marina Leonardi - ENEA, Unità Centrale Relazioni, Servizio Relazioni Internazionali