Produzione e consumo sostenibile

Strategie e strumenti

Lo sviluppo di modelli di produzione e consumo sostenibile, intervenendo sulla riduzione degli impatti ambientali, sociali ed economici lungo l’intero ciclo di vita, mira a promuovere la domanda di beni, servizi e tecnologie ambientali innovativi e ad aumentare la competitività d’impresa

Fausta Finzi, Roberto Luciani e Paolo Masoni

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Premessa

I limiti posti alla crescita continua dei consumi dalla limitatezza delle risorse e dalla necessità di preservare una certa qualità dell’ambiente in cui viviamo ci impongono di rivedere i nostri modelli di sviluppo, adottando stili di vita e comportamenti più responsabili e realizzando prodotti che consumano e inquinano meno lungo il loro intero ciclo di vita. Questa impostazione, oltre a essere sostenuta da politiche appropriate da parte dei Governi, non può prescindere dal coinvolgimento delle imprese e, soprattutto, da quello dei cittadini-consumatori. Le difficoltà tuttavia sono molte.

Nei paesi industriali l’efficienza con cui le risorse vengono utilizzate è ancora molto bassa e l’inquinamento associato ad emissioni lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti è ancora troppo alto. La situazione è aggravata dal fatto che i paesi emergenti stanno aumentando i loro consumi in misura molto elevata ed hanno produzioni ad alta intensità di risorse naturali.

Per queste ragioni è necessario e urgente attuare politiche in grado di riorientare in modo efficace i sistemi di produzione e consumo a livello globale, verso una maggiore sostenibilità.

La “produzione e consumo sostenibile” (PCS in Italiano, SCP in Inglese) è la parte della strategia dello sviluppo sostenibile che ha l’obiettivo di ridurre gli impatti ambientale, sociale ed economico dei prodotti e servizi lungo il loro intero ciclo di vita. A questo scopo mira a far crescere la domanda di beni, servizi e tecnologie ambientali innovativi, anche come strumento per aumentare la propria competitività. È la grande sfida delle economie di oggi: integrare la sostenibilità ambientale con l’aumento del benessere, dissociando il degrado ambientale dallo sviluppo economico (decoupling) facendo di più e meglio con meno.

Per far questo è necessario trasformare le sfide ambientali in opportunità economiche, facendo crescere il mercato dei prodotti e servizi sostenibili attraverso il coinvolgimento dei consumatori, che devono essere aiutati a fare delle scelte informate.

 

Il Quadro di riferimento

Il quadro di riferimento internazionale nel quale si colloca il tema della “Produzione e Consumo Sostenibile” è quello relativo agli incontri internazionali sullo Sviluppo Sostenibile.

È dal Simposio di Oslo del 1994 che si introduce il concetto di “Produzione e Consumo Sostenibile” inteso come “la produzione e il consumo sostenibile si hanno mediante l’uso di beni e servizi che rispondono ai bisogni fondamentali e conducono a una migliore qualità della vita, mentre consentono la minimizzazione dell’uso delle risorse naturali, di materiali tossici, la produzione di rifiuti e l’emissione di agenti inquinanti in tutto il loro ciclo di vita, così da non pregiudicare i bisogni delle future generazioni”.

E' tuttavia a partire dall’incontro di Marrakech del 2003, organizzato con l'obiettivo di dare seguito e concretezza agli impegni sottoscritti al Vertice di Johannesburg del 2002, nel corso del quale viene definito il cosiddetto “Processo di Marrakech”, ovvero un piano decennale per lo sviluppo sostenibile, che la PCS viene individuata tra le sfide chiave. Al primo incontro internazionale di esperti ne sono seguiti altri due, uno tenutosi in Costarica dal 5 all’8 settembre 2005, l’altro dal 26 al 29 giugno 2007 a Stoccolma.

Marrakech.jpgIl Processo di Marrakech, che si è completato nel 2011, prevedeva un complesso meccanismo che si è sviluppato in questi anni attraverso diversi incontri a livello regionale e internazionale, dai quali sono scaturite precise azioni e programmi a livello locale.

A livello europeo, la principale tappa nell’evoluzione politica della PCS è rappresentata dal lancio della Rinnovata Strategia sullo Sviluppo Sostenibile del giugno 2006 poiché essa ha identificato nella PCS una delle sette sfide chiave per affrontare il proprio impegno di lungo termine a favore dello sviluppo sostenibile individuando obiettivi, target e azioni concrete da realizzare entro il 2010.

Per tale motivo, nel luglio 2008 la Commissione ha presentato la Comunicazione 2008/397 sul "Piano d’Azione per un Consumo, una Produzione e una Industria Sostenibili", nell’ambito di un pacchetto integrato contenente anche:

  • la comunicazione sul GPP, COM 2008/400, dal titolo Acquisti pubblici per un ambiente migliore;
  • le bozze di revisione dei regolamenti Emas ed Ecolabel;
  • la proposta di estensione della direttiva sulla progettazione ecologica dei prodotti.

 

Il documento comprendeva anche una serie di proposte sul consumo e la produzione sostenibili, finalizzate a migliorare le prestazioni ambientali dei prodotti e aumentare la domanda di beni e tecnologie di produzione più sostenibili.

Da alcuni di questi allegati sono poi derivati i nuovi Regolamenti EMAS (n. 1221/2009) ed Ecolabel (n. 66/2010), la “Direttiva 2009/125/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 ottobre 2009 relativa all’istituzione di un quadro per l’elaborazione di specifiche per la progettazione ecocompatibile dei prodotti connessi all’energia”.

Sempre a livello comunitario è da segnalare la recente Comunicazione della Commissione del 26.1.2011 “A resource-efficient Europe – Flagship initiative of the Europe 2020 Strategy”.

A livello nazionale sono state sviluppate alcune azioni. Tra queste, in particolare, il “documento di Firenze su (produzione e) consumo sostenibile” del 2008, elaborato dal Gruppo di lavoro nazionale “Consumo sostenibile”, e il “Documento preliminare per la strategia italiana per il consumo e produzione sostenibili”, Bozza per la consultazione del 7 marzo 2008, elaborato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare[1].

Di seguito saranno analizzati i principali strumenti attuativi di una politica di produzione e consumo sostenibile:

  • strumenti di analisi (LCA, LCC, Life Cycle Thinking, Life Cycle Management);
  • strumenti di comunicazione delle prestazioni ambientali dei prodotti (Ecolabel, EPD, altre etichette ecologiche);
  • strumenti di gestione ambientale (EMAS, ISO 14001);
  • acquisti Verdi (GPP, GP);
  • strumenti economici.

 

Oltre a questi, un ruolo molto importante gioca l’educazione dei cittadini al consumo. Il Progetto DOLCETA è un progetto di educazione al consumo online a cui partecipano tutti e 27 gli Stati membri dell'Unione, finanziato dalla Commissione Europea. DOLCETA offre dei moduli online che trattano diverse tematiche consumeristiche (http://www.dolceta.eu/italia/index.php).

 

Life Cycle Thinking, Life Cycle Management)

Promuovere la produzione di beni e servizi a ridotto impatto ambientale richiede in primo luogo la disponibilità e l’uso di strumenti di analisi, in grado cioè di misurare effettivamente gli impatti ambientali complessivi dei prodotti.

Da questo punto di vista, ormai da alcuni anni c’è l’unanime consenso sull’adozione di strumenti basati su un approccio di ciclo di vita. Infatti, solo considerando il prodotto come sistema tecnologico comprendente tutti i processi relativi alla sua fabbricazione, distribuzione uso, manutenzione e dismissione, si può evitare che interventi parziali si traducano in semplici spostamenti dei problemi ambientali da una fase all’altra o da un problema ambientale ad un altro. Ad esempio, i sistemi di cattura e sequestro della CO2 da combustibili fossili riducono certamente l’effetto serra associato alla fase di uso dei combustibili fossili, ma, riducendo complessivamente l’efficienza energetica, incrementano il consumo di risorse a disponibilità limitata e incrementano le emissioni in ambiente di sostanze potenzialmente tossiche, come le amine utilizzate per catturare la CO2. Una vera ottimizzazione è quindi possibile solo analizzando complessivamente le relazioni tra il sistema tecnologico e l’ambiente dalla culla alla tomba, applicando ciò che viene chiamato il Life Cycle Thinking (LCT)[2].

Esistono molteplici strumenti analitici basati su un approccio LCT, ma solo il Life Cycle Assessment (LCA) è standardizzato da norme ISO. Concettualmente l’LCA è molto semplice: si tratta di effettuare un bilancio di tutti i flussi occorrenti fra l’ambiente e il sistema tecnologico esaminato, cioè la quantificazione di tutte le risorse naturali estratte dall’ambiente e di tutte le emissioni dal sistema tecnologico all’ambiente (in aria, acqua o suolo). Per facilitare l’interpretazione di questo bilancio, che può comprendere anche centinaia di flussi elementari, si applicano dei modelli ambientali che permettono di valutare gli effetti dei flussi elementari su alcuni impatti ambientali. Ad esempio, le emissioni di CO2, di metano o di protossido d’azoto contribuiscono tutte all’indicatore di impatto cambiamento climatico globale. In pratica esistono strumenti software specializzati che facilitano la modellazione del sistema prodotto dalla culla alla tomba e banche dati che consentono di limitare l’effettiva raccolta dati ai processi più direttamente coinvolti.

Recentemente, estendendo il paradigma dell’LCA dalle questioni ambientali a quelle economiche e sociali con il Life Cycle Costing e la Social Life Cycle Assessment rispettivamente, si è cercato di comprendere nell’analisi tutti gli elementi di una valutazione di sostenibilità.

Moltissime aziende, anche per il traino di grandi multinazionali che hanno svolto un importante ruolo di apripista, stanno adottando il LCT nella propria conduzione e gestione con un complesso di tecniche, pratiche e strumenti che viene identificato con il termine Life Cycle Management (LCM). Si tratta molto spesso di strumenti semplici e agili che consentono di inserire nel processo decisionale quotidiano aziendale valutazioni di ciclo di vita relative a tutti gli aspetti di sostenibilità o, più limitatamente, ai soli aspetti ambientali.

Le decisioni che hanno la maggior rilevanza ambientale sono quelle relative allo sviluppo di un nuovo prodotto: infatti è nella fase di progettazione che si determinano quelli che saranno i costi e gli impatti ambientali dell’intero ciclo di vita del prodotto. L’eco-progettazione comprende tutte le attività finalizzate a ridurre l’impatto ambientale e il continuo miglioramento dei prodotti nel loro ciclo di vita. E perché le aziende possano effettivamente raggiungere i loro obiettivi, l’eco-progettazione dovrebbe esser effettuata come parte integrale del funzionamento dell’azienda stessa. Per questi motivi, e nella consapevolezza della rilevanza che gli aspetti ambientali dei prodotti giocano per la competitività delle aziende, l’ISO ha pubblicato il Technical Report ISO 14062, dedicato a informare sullo stato dell’arte attuale, e la recente ISO 14006, che specifica le modalità per adottare l’eco-progettazione all’interno del sistema di gestione aziendale.

 

Strumenti di comunicazione delle prestazioni ambientali dei prodotti (Ecolabel,EPD, altre etichette)

Scopo di un’azienda è quello di vendere i propri prodotti, rendendoli quindi competitivi rispetto alla concorrenza. Basta dare un’occhiata alla pubblicità odierna per rendersi facilmente conto dell’importanza attuale del tema ambiente.

Infatti i consumatori stanno diventando sempre più ambientalmente consapevoli, tendendo a privilegiare prodotti a ridotti impatti ambientali. I produttori cercano perciò di attrarre clienti fornendo informazioni sulle caratteristiche ambientali dei propri prodotti.

Esistono diversi tipi di etichette ecologiche che forniscono informazioni relative a tutte o parte delle caratteristiche ambientali di un determinato prodotto o servizio. Le norme ISO della serie ISO 14020 prescrivono le modalità per la comunicazione di informazioni verificabili e accurate, che non sia fuorviante, sugli aspetti ambientali di prodotti e servizi, con lo scopo di promuovere la domanda e l'offerta di quei prodotti e servizi in grado di causare minor danno all'ambiente, contribuendo così a stimolare un processo di miglioramento ambientale continuo guidato dal mercato.

Per coprire l’ampio spettro di esigenze comunicative derivante dalle diverse caratteristiche dei prodotti e dei mercati nei quali l’azienda opera, le norme ISO identificano tre principali tipologie di etichette e dichiarazioni ambientali.

Quelle di primo tipo sono le cosiddette “ecolabel”: esse sono attribuite da un ente gestore del marchio quando il prodotto dimostra il soddisfacimento di un insieme di criteri ambientali, prestabiliti sulla base di un’analisi del ciclo di vita di quella tipologia di prodotti. L’ecolabel quindi garantisce che il prodotto raggiunga un’eccellenza ambientale. Esempi sono l’Ecolabel europeo, l’Angelo Azzurro tedesco (Blaue Engel) o il Cigno Bianco dei paesi scandinavi (Miljömärkt).

Le etichette di secondo tipo sono invece quelle relative a un singolo aspetto ambientale del prodotto, che sia comunque rilevante nel suo ciclo di vita, e si basano su una autodichiarazione del produttore. Un esempio è l’indicazione del contenuto di materiale riciclato ad esempio in un imballaggio tramite il simbolo del ciclo di Moebius.

Le dichiarazioni di terzo tipo sono invece relative alla comunicazione dei risultati di uno studio di LCA effettuato sul prodotto e verificato da parte terza indipendente. La Dichiarazione ambientale di prodotto (DAP) è una modalità complessa e completa di comunicazione che ne rende l’uso più indicato nei casi di comunicazione business to business, anche se non mancano esempi di applicazioni a prodotti di larghissimo consumo quali il latte o l’acqua minerale. La DAP non fornisce elementi di giudizio sulla qualità ambientale, ma si limita a fornire, con la massima trasparenza, verificabilità e scientificità i dati relativi agli impatti ambientali del prodotto. Spetta al potenziale cliente valutare questi dati ed eventualmente confrontarli con prodotti concorrenti.

 

Strumenti di gestione ambientale (EMAS, ISO 14001)

Uno degli strumenti individuati a livello internazionale per migliorare l’eco-efficienza delle imprese è rappresentato dai Sistemi di Gestione Ambientale (SGA). Si tratta di strumenti volontari, applicabili a qualsiasi tipo di “organizzazione” pubblica e privata, che consentono alle “organizzazioni” che adottano uno degli standard di riferimento, di tenere sotto controllo le proprie prestazioni ambientali e di migliorarle continuamente attraverso la riduzione dell’impatto ambientale e dei consumi di risorse naturali nei cicli produttivi e attraverso il miglioramento dei prodotti e dei servizi forniti dall’impresa.

Gli strumenti di gestione ambientale maggiormente rappresentativi, attualmente a livello mondiale, sono 2 (i riferimenti sono alle versioni attualmente in corso):

  • il Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 novembre 2009, che modifica il precedente Regolamento 1836/93 e altri;
  • la norma internazionale UNI EN ISO 14001:2004 “Sistemi di Gestione Ambientale – Requisiti e guida per l’uso”, che modifica la precedente versione del 1996.

 

Le certificazioni EMAS e ISO 14001 sono entrambe basate sull’adozione di un Sistema di Gestione Ambientale (SGA). I due standard in pratica sono l’uno parte dell’altro, in quanto EMAS contiene al suo interno un SGA coerente con la norma ISO 14001.

Le differenze principali risiedono nel fatto che EMAS richiede la pubblicazione di una Dichiarazione Ambientale nella quale l’organizzazione rende pubblica una serie di informazioni riguardo alle proprie prestazioni ambientali e ai propri impegni di miglioramento. Inoltre, mentre ISO 14001 è valido a livello mondiale, EMAS è un sistema europeo, istituito dalla Commissione Europea e controllato, in Italia, da un Comitato di nomina governativa (Comitato per l’Ecoaudit e l’Ecolabel) e dall’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

Per entrambi gli standard è previsto un riconoscimento formale (certificazione ISO 14001 e registrazione EMAS), rilasciato dopo la verifica da parte di un verificatore accreditato, che consente all’organizzazione di migliorare la propria immagine e di avvalersi anche di incentivi di carattere economico e di agevolazioni amministrative previste da specifiche norme nazionali e locali.

Le politiche europee attribuiscono una grande importanza a questi strumenti che hanno caratteristiche tali da poter essere applicati da moltissime organizzazioni e non solo da quelle che rappresentano delle “eccellenze” da un punto di vista ambientale. Infatti l’unico requisito richiesto è il pieno rispetto della normativa cogente in campo ambientale. Per il resto, oltre alla applicazione delle procedure, si richiede un programma di miglioramento continuo che l’organizzazione può graduare a seconda delle proprie disponibilità economiche e delle proprie esigenze.

Per questo motivo si possono considerare strumenti adatti a sostenere il progresso di molti anziché a premiare l’eccellenza di pochi.

Il problema, da più parti sollevato, è quello della mancanza di riferimenti a precisi benchmark prestazionali. In assenza di questi riferimenti un’organizzazione che, pur rispettando pienamente la legge, spreca l’acqua o l’energia o produce troppi rifiuti può essere certificata al pari di una che garantisce la gestione ottimale di tali risorse. Né gli attuali regolamenti EMAS e ISO 14001 impongono precise scadenze temporali per adeguare il proprio comportamento ai riferimenti migliori.

Per questa ragione il "Piano d’Azione per un Consumo, una Produzione e una Industria Sostenibili", COM 2008/397, prevede di “rivedere il regolamento EMAS per sfruttare appieno il suo potenziale di miglioramento dell'efficienza delle risorse nei processi di produzione; il sistema sarà drasticamente riveduto al fine di incrementare la partecipazione delle imprese e ridurre gli oneri amministrativi e i costi per le PMI”, mentre uno degli obiettivi contenuti nel “Documento preliminare per la strategia italiana per il consumo e produzione sostenibili” - Bozza per la consultazione del 7 marzo 2008, è quello di “promuovere un uso migliore di EMAS, verso una maggiore attenzione alle prestazioni dei processi e dei prodotti, creando sinergie pubblico-privato e creando sistemi di registrazione a rete (attraverso i distretti/APO)”.

Nella revisione del 2009 tale orientamento è stato introdotto nel Regolamento EMAS attraverso l’articolo 46 che, però, ha demandato a successivi “documenti di riferimento settoriali” la definizione di indicatori di prestazione ambientale.

Sul piano della diffusione, tuttavia, l’attuale crisi economica, riducendo contemporaneamente le disponibilità delle imprese e gli incentivi messi a disposizione dalle Pubbliche Amministrazioni, rischia di interrompere o invertire il trend di crescita di questi strumenti che oggi vengono applicati, in Italia, da 1.363 “organizzazioni” registrate EMAS (dato 30.6.2011, fonte ISPRA), e 16.113 certificate ISO 14001 (dato marzo 2012, fonte Accredia). Sarebbe pertanto necessario rivedere le politiche incentivanti, allargando il ventaglio delle agevolazioni sul piano autorizzativo e dei controlli, e favorendo accordi con assicurazioni e banche che consentano benefici economici, a fronte dei minori rischi ambientali.

 

Acquisti Pubblici Verdi (GPP)

Gli "acquisti pubblici verdi” (Green Public Procurement-GPP)[3], secondo la definizione della Comunicazione COM (2008) 400 “Public procurement for a better environment”, sono le procedure di acquisto con le quali le amministrazioni pubbliche mirano ad acquistare beni, servizi e lavori con impatto ambientale ridotto, nell’intero ciclo di vita, rispetto a quello dei beni, servizi e lavori con la stessa funzione che sarebbero altrimenti acquistati.

Gli acquisti verdi apportano benefici all'ambiente in quanto contribuiscono a:

  • orientare la produzione e quindi lo sviluppo e la diffusione di nuovi prodotti e tecnologie;
  • migliorare le prestazioni delle imprese ed aumentarne la competitività, senza detrimento per i livelli di qualità e di prestazioni.

 

Questi effetti sono potenzialmente molto estesi in quanto gli acquisti pubblici non solo interessano direttamente un mercato di ampie dimensioni, che la Commissione Europea stima pari a circa il 19% del prodotto interno lordo dell’UE, ma possono avere anche molta visibilità e quindi un efficace ruolo di esempio per i privati e quindi di diffusione di prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale anche in quel mercato.

Considerato il grande contributo che gli acquisti pubblici verdi possono dare alla sostenibilità della produzione e dei consumi, coerentemente con la strategia definita a livello europeo il Ministero dell’Ambiente italiano nel 2008 ha adottato il Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione (PAN GPP)[4]. Tale Piano, oltre a definire il quadro di riferimento strategico e gli obiettivi nazionali per gli acquisti verdi, mira a fornire alle stazioni appaltanti pubbliche strumenti operativi per realizzare appalti sostenibili in modo omogeneo e quantificabile e tenendo conto delle caratteristiche del sistema produttivo italiano.

In particolare il PAN GPP identifica i settori di attività e le categorie di prodotti, servizi e lavori più rilevanti, quanto ad impatti ambientali e/o volumi di spesa pubblica, su cui intervenire prioritariamente con la definizione, a cura del Ministero dell’Ambiente di “criteri ambientali minimi (CAM)” da rispettare negli acquisti pubblici. Ad oggi sono stati adottati con decreto[5] i CAM relativi a: “Carta in risme”, “Ammendanti”, “Tessili”, “Arredi per ufficio”, “Apparecchiature informatiche”, “Apparecchi ed impianti per illuminazione pubblica”, “Servizi di ristorazione e derrate alimentari”, “Serramenti” e “Servizi energetici per gli edifici”. Sono in corso di pubblicazione i CAM per i “Servizi di pulizia e prodotti per l’igiene” e “Acquisizione di veicoli per trasporto persone”, mentre sono in corso di definizione quelli per i “Servizi di gestione dei rifiuti”, “Arredo urbano”, “Costruzione e manutenzione di strade”.

I CAM sono individuati, sulla base dell’analisi del ciclo di vita[6], di una analisi di mercato e del confronto con gli operatori economici, con l’obiettivo di diffondere prodotti/servizi/lavori già disponibili sul mercato ed efficienti dal punto di vista del risparmio di risorse naturali (acqua, combustibili fossili ecc.), della riduzione delle sostanze pericolose e dei rifiuti, della riduzione dell’inquinamento (eutrofizzazione, deforestazione ecc.), e della insalubrità degli ambienti di vita e di lavoro. Inoltre sono definiti in un’ottica non solo ambientale, ma più in generale di sostenibilità ed includono, ove significativo, anche criteri economici e sociali, etici e relativi a sicurezza e salute.

Nell’ottica di favorirne la diffusione presso le stazioni appaltanti pubbliche, i CAM sono definiti in modo da poter essere copiati e incollati nei documenti di gara e perciò comprendono ciascuno anche indicazioni sui documenti e gli altri mezzi di prova adatti alla verifica, da parte della stazione appaltante, del rispetto dei requisiti.

I CAM sono volontari, anche se molto si discute in sede europea sull’opportunità di rendere il GPP obbligatorio per la PA, e quindi non è al momento prevedibile la loro diffusione. In ogni caso, poiché stabiliscono livelli minimi per criteri ambientali la cui applicazione è indispensabile per la qualificazione di un appalto come verde, costituiscono una base comune di riferimento che consente il monitoraggio degli appalti verdi da parte dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture – AVCP e la quantificazione della riduzione degli impatti ambientali che ne consegue.

 

Strumenti Economici

Certamente per promuovere in maniera adeguata una strategia e dei modelli di produzione e consumo sostenibili è necessario far leva su adeguati strumenti economici che agiscano sia a livello dell’offerta sia su quello della richiesta, incentivando i comportamenti virtuosi e penalizzando quelli negativi da un punto di vista ambientale.

Del resto è già da molti anni che l’Unione Europea ha sancito il principio del “chi inquina paga”, in base al quale devono essere gli stessi inquinatori a pagare i costi marginali dei danni causati dalla loro attività, il che rappresenta un incentivo per le stesse imprese a diminuire il livello di inquinamento e di sfruttamento dell’ambiente. Questo principio è ancora troppo poco applicato e si può fare di più per trasferire i costi sociali derivanti da politiche aziendali non ambientalmente sostenibili sui prodotti e servizi.

Considerato che il prezzo è uno dei principali elementi che determinano le scelte d'acquisto, attraverso strumenti basati sul mercato si possono internalizzare i costi ambientali, favorendo sul piano dei prezzi i prodotti più efficienti in termini ambientali. In questo senso la Commissione sta esaminando, tra l'altro, alternative per la revisione del quadro fiscale relativo all'energia.

In questa direzione è opportuno agire con le leve della fiscalità e degli incentivi economici, così come indicato dal “Documento preliminare per la strategia italiana per il consumo e produzione sostenibili” Bozza per la consultazione del 7 marzo 2008, che afferma quanto segue:

Un contributo significativo ad una migliore allocazione delle risorse può essere fornito dalla tassazione dell’uso di risorse naturali o di determinate attività con impatti negativi sull’ambiente e dalla detassazione di misure volte al miglioramento delle prestazioni ambientali delle aziende o di prodotti ad alto contenuto di innovazione ambientale.

In generale l’internalizzazione dei costi ambientali può anche mitigare le problematiche ambientali che causano l’aumento delle spese difensive (spese connesse a diseconomie esterne che comportano la perdita di funzioni ambientali, sostenute quindi per prevenire e controllare il degrado ambientale ex-ante o eliminarlo e difendersi dai suoi effetti negativi ex-post).

A questo proposito va ricordato come una delle raccomandazioni principali espresse da più parti nei confronti della Strategia Europea PCS sia quella di una riforma fiscale complessiva che porti alla progressiva tassazione delle risorse naturali e dell’inquinamento a favore di una detassazione dei redditi del lavoro e delle imprese. Si tratta di una manovra realizzabile quale che sia il livello generale della tassazione, alto o basso, e anche in presenza di una dinamica di forte riduzione.

Sul versante degli incentivi sono state già realizzate diverse iniziative ma si può fare ancora di più. Tra le iniziative citiamo, a livello nazionale, le detrazioni fiscali del 55% per interventi di razionalizzazione energetica sugli edifici, che costituiscono il più generoso sistema di incentivi messo in campo dal Governo per promuovere l'efficienza energetica e lo sviluppo economico sostenibile nel sistema immobiliare italiano e gli incentivi alla rottamazione delle auto più inquinanti.

Infine, tra gli strumenti economici che si possono utilizzare per promuovere la PCS, si possono annoverare  gli acquisti verdi (pubblici e non), di cui al paragrafo precedente, che possono certamente svolgere un ruolo estremamente importante.

 

Bibliografia

  1. Comunicazione 2008/397 sul "Piano d’Azione per un Consumo, una Produzione e una Industria Sostenibili".
  2. Direttiva 2009/125/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 ottobre 2009 relativa all’istituzione di un quadro per l’elaborazione di specifiche per la progettazione ecocompatibile dei prodotti connessi all’energia.
  3. Comunicazione della Commissione del 26.1.2011 “A resource-efficient Europe – Flagship initiative of the Europe 2020 Strategy”.
  4. Documento di Firenze su (produzione e) consumo sostenibile” del 2008.
  5. Documento preliminare per la strategia italiana per il consumo e produzione sostenibili” Bozza per la consultazione del 7 marzo 2008.
  6. Commissione europea – “Più intelligenti e più ecologici - Consumare e produrre in maniera sostenibile” - ISBN 978-92-79-15741-7.
  7. Comunicazione sul GPP, COM 2008/400, "Acquisti pubblici per un ambiente migliore".
  8. Comunicazione COM (2008) 400 “Public procurement for a better environment”.
  9. DM 12/10/09 (GU n. 269 del 9-11-09).
  10. DM 22/2/11 (GU n. 64 del 19-3-11).
  11. DM 25/7/11(GU n. 220 del 21-9-11).
  12. Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione (ovvero Piano nazionale d’azione sul green public procurement - PAN GPP)”, adottato con Decreto del Ministro dell’Ambiente, di concerto con i Ministri dell’Economia e Finanze e dello Sviluppo Economico, del 11 aprile 2008.
  13. http://www.dolceta.eu/italia/index.php
  14. http://ec.europa.eu/environment/gpp/index_en.htm
  15. http://ec.europa.eu/environment/gpp/toolkit_en.htm
  16. http://lct.jrc.ec.europa.eu/
  17. http://www.minambiente.it/
  18. http://www.dsa.minambiente.it/gpp/page.asp?id=46

 

Per informazioni e contatti: infoEAI@enea.it


Fausta Finzi, Roberto Luciani - ENEA, Unità Tecnica Tecnologie Ambientali

Paolo Masoni - ENEA, Unità Tecnica Modelli, Metodi e Tecnologie per le Valutazioni Ambientali

[1] In revisione.

[2] Per maggiori informazioni: http://lct.jrc.ec.europa.eu/

[3] http://ec.europa.eu/environment/gpp/index_en.htm, http://ec.europa.eu/environment/gpp/toolkit_en.htm, http://www.minambiente.it/, http://www.dsa.minambiente.it/gpp/page.asp?id=46

[4] “Piano d’Azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione (ovvero piano nazionale d’azione sul Green Public Procurement - PAN GPP)”, adottato con Decreto del Ministro dell’Ambiente, di concerto con i Ministri dell’Economia e Finanze e dello Sviluppo Economico, del 11 aprile 2008.

[5] DM 12/10/09 (GU n.269 del 9-11-09), DM 22/2/11 (GU n. 64 del 19-3-11) e DM 25/7/11(GU n. 220 del 21-9-11).

[6] Life Cycle Assessment – LCA, come regolamentata dalle norme ISO della serie 14040.