Il distretto biologico: uno strumento innovativo per una governance territoriale sostenibile

Ormai da diversi anni, grazie a un elevato ritmo di crescita sia in termini di superfici che di numerosità di aziende operanti, l’agricoltura biologica rappresenta una realtà consolidata a livello mondiale, che annovera l’Italia tra i Paesi leader. In base a queste premesse è possibile concepire uno sviluppo rurale sostenibile centrato sui distretti biologici, ossia sull’organizzazione di grandi aree dedicate alle produzioni biologiche in cui l’adozione di politiche di rete – rivolte alla valorizzazione del prodotto locale e alla qualità ambientale – genera economie di scala tali da realizzare concretamente dei modelli alternativi all’agricoltura convenzionale

DOI: 10.12910/EAI2013-17

Gian Felice Clemente, Leonardo Pugliese, Sophia Valenti

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Negli ultimi anni l’agricoltura biologica ha fatto registrare tassi di crescita rilevanti in quasi tutto il mondo – sia nei Paesi più industrializzati, sia in quelli emergenti e in via di sviluppo – affermandosi come uno dei comparti più vitali nell’ambito della produzione primaria (Figura 1), conquistando fasce sempre più ampie di mercato, con un incremento costante delle produzioni e delle superfici dedicate (Willer H. et al., 2013) e attestandosi come il modello di agricoltura sostenibile più diffuso a livello globale.

L’Italia, con oltre un milione di ettari coltivati con il metodo biologico e quasi 50.000 operatori certificati, si posiziona tra i Paesi leader nel settore dell’agricoltura biologica su scala mondiale. Se consideriamo i dati riferiti all’Unione Europea (EU-27), l’Italia si classifica al primo posto (Figura 2).

 

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FIGURA 1
Incremento della superficie coltivata a biologico nel mondo dal 1999 al 2011
Fonte: FiBl/IFOAM, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends 2013”
(dati relativi alla fine del 2011)

 

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FIGURA 2
I primi dieci Paesi europei per numero di produttori (anno 2011)
Fonte: FiBl/IFOAM, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends 2013”
(dati relativi alla fine del 2011)

 

L’Italia, inoltre, secondo gli ultimi dati del SINAB[2], si conferma come il primo Paese dell’Unione Europea per numero di aziende biologiche (Bio in cifre, 2012). Questo primato d’eccellenza è stato favorito da diversi fattori. In particolare, la struttura geografica della nostra Penisola ha facilitato lo sviluppo di piccole e medie aziende a conduzione familiare, che hanno scommesso sulla qualità, sull’eccellenza, sulla tradizione e sulla tipicità delle produzioni. Questo tipo di tessuto produttivo ha agevolato, fin dall’inizio, il processo di conversione al metodo biologico (Manuale del biologico, 2012).

 

I distretti biologici: un modello di eco-innovazione di sistema

Le caratteristiche dei territori del nostro Paese delineano il contesto più appropriato per uno sviluppo rurale sostenibile basato sul modello dei distretti biologici, ossia degli ambiti produttivi dove la tutela e la promozione dell’agricoltura biologica - che ne costituisce la caratteristica principale - si coniugano con il recupero delle tradizioni, delle tipicità locali e dei valori della sostenibilità ambientale. Il distretto biologico è contraddistinto anche da un’elevata qualità ambientale in linea con gli obiettivi di una vera agricoltura eco-compatibile (Farina et al., 2008).

L’istituzione di distretti in particolari aree in cui le produzioni biologiche risultano prevalenti e nelle quali il territorio presenta peculiari valenze naturalistiche, può rappresentare una opportunità di sviluppo e un volano di crescita socio-economico locale, contribuendo alla salvaguardia ambientale, alla conservazione della biodiversità, alla tutela delle produzioni biologiche dalla contaminazione accidentale da OGM e a preservare l’agricoltura e tutto ciò che essa rappresenta, valorizzando il suo ruolo multifunzionale e potenziando l’integrazione con gli altri settori propri dell’economia locale.

Da un punto di vista politico, l’interesse per il distretto biologico deriva, invece, dalla necessità di individuare strumenti innovativi di governance che possano aprire nuovi spazi di autonomia e di protagonismo per le comunità locali nella progettazione di azioni più coerenti con le peculiarità del territorio e su scala territorialmente più circoscritta.

Il distretto biologico ha, perciò, tutte le qualità per diventare un esempio virtuoso di gestione integrata del territorio, in cui vengono riconvertiti – con un processo di eco-innovazione di sistema – i rapporti esistenti tra produzioni agricole (in questo caso quelle biologiche) di una determinata area e i principali fattori impattanti, quali possono essere le produzioni di energia e di acqua. In tal senso occorre sviluppare un modello innovativo di produzione energetica da fonti rinnovabili che sia diffuso sul territorio, adottando anche i sistemi di reti intelligenti. La stessa logica va applicata all’uso sostenibile dell’acqua, con l’obiettivo della mitigazione e della prevenzione degli effetti dei cambiamenti climatici sulla regione target dell’intervento. Va anche attivato un rinnovato processo di rapporti con gli Enti locali aventi la responsabilità “politica” della gestione del territorio.

Tra gli obiettivi specifici del distretto si annovera l’aumento del valore aggiunto di settori produttivi già consolidati, per migliorarne le condizioni di accesso al mercato. Il ruolo del distretto è, dunque, quello di aggregare le aziende biologiche (di produzione, trasformazione e commercializzazione) dell’unità territoriale considerata, renderle maggiormente competitive sul mercato e far sì che si crei un filo diretto tra gli operatori locali e gli stakeholder istituzionali.

Al fine di identificare i requisiti necessari per istituire un distretto biologico è fondamentale avviare uno studio di fattibilità distrettuale, che consenta una ricognizione delle informazioni relative alle caratteristiche ambientali, economico-produttive e istituzionali dell’area presa in esame.

 

Il distretto biologico negli obiettivi della programmazione del settore

Il testo sulle “Linee guida per la redazione del Piano d’Azione nazionale per l’agricoltura biologica”, pubblicate dal MiPAAF nel settembre 2004, rappresenta il primo documento ufficiale in cui viene menzionato il concetto di “distretto biologico” (Franco S., Pancino B., 2008).

L’ultima definizione, quella definitiva, è formalizzata il 4 febbraio 2009, quando la Commissione Agricoltura del Parlamento ha adottato il testo unificato per i Disegni di Legge n. 1035, 1115 denominato: “Nuove disposizioni per lo sviluppo e la competitività della produzione agricola ed agroalimentare con metodo biologico”, che al Titolo III riporta l’Art. 7 dedicato ai Distretti biologici, così definiti:

Costituiscono distretti biologici i sistemi produttivi locali, anche a carattere interprovinciale o interregionale, a spiccata vocazione agricola ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228, e nei quali sia assolutamente preponderante

a) la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione e la preparazione alimentare ed industriale di prodotti con il metodo biologico di cui al regolamento nonché alla normativa nazionale e regionale adottata in conformità a tale regolamentazione comunitaria;

b) la tutela delle produzioni e delle metodologie colturali, d’allevamento e di trasformazione tipiche locali.

La crescente attenzione nei riguardi dei distretti biologici – testimoniata dal testo di legge richiamato – nasce innanzitutto dall’esigenza di individuare, per quei sistemi locali caratterizzati da un certo grado di “biologicità” e potenzialmente in grado di affermarsi sui mercati internazionali, nuovi fattori di competitività tali da attivare e sostenere dinamiche di sviluppo locale.

L’altro obiettivo connesso all’implementazione dei distretti biologici è, invece, legato alla necessità di valorizzare l’agricoltura, integrandola con tutti gli ambiti dell’economia locale. In questo contesto il distretto diventa un nuovo modello di organizzazione economica, sociale ed istituzionale che, in linea con la strategia di sviluppo locale e rurale sostenuta dall’UE per il nuovo periodo di programmazione 2014-2020, rappresenta lo strumento per una pianificazione realizzata secondo un approccio bottom up. Con esso, infatti, si crea un “luogo” di confronto in cui possono essere valorizzate le peculiarità locali e in cui le produzioni di beni e di servizi agricoli ma anche la cultura, la tradizione e le risorse naturali e paesaggistiche diventano i fattori di uno sviluppo concertato e sostenibile.


Obiettivi generali

Gli obiettivi generali dell’istituzione di un distretto biologico sono quelli di:

  • favorire la coesione e la partecipazione degli attori della filiera biologica di un ambito territoriale delimitato e omogeneo;
  • valorizzare il territorio e tutelarlo dal punto di vista naturalistico e paesaggistico;
  • favorire lo sviluppo delle produzioni biologiche e delle relative filiere collegate, la tutela e la preservazione delle tradizioni colturali locali e della biodiversità agricola e naturale;
  • incrementare e sostenere le operazioni di marketing, di valorizzazione e di promozione del prodotto bio;
  • avviare un percorso di sensibilizzazione e di comunicazione;
  • valorizzare e sostenere la produzione, la commercializzazione, la distribuzione e la promozione dei prodotti biologici;
  • agevolare e semplificare l’applicazione delle norme di certificazione previste dal Regolamento e dalla normativa nazionale.

 

Requisiti per la costituzione di un distretto biologico

Requisiti strutturali

Per identificare un distretto biologico si prendono in considerazione la significatività del comparto biologico per la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione e la preparazione alimentare ed industriale e, in particolare, sono valutati i seguenti aspetti:

  • la presenza significativa di operatori biologici certificati e diversificati per tipologia;
  • l’incidenza percentuale delle aziende biologiche sul totale delle aziende agricole;
  • l’incidenza percentuale della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) delle aziende biologiche sul totale della SAU dell’area;
  • la significatività della tutela delle produzioni e delle metodologie colturali, d’allevamento e di trasformazione tipiche nell’area del costituendo distretto, evidenziata dalla presenza di prodotti tipici locali;
  • studi locali e/o iniziative attuate e finalizzate a caratterizzare, valorizzare e promuovere tali produzioni.

 

Requisiti ambientali

L’elevata qualità ambientale è elemento caratterizzante del distretto biologico, in quanto consente di perseguire più facilmente e convenientemente la tutela delle qualità intrinseche dei prodotti biologici e gli obiettivi di conservazione della biodiversità e di tutela del patrimonio naturalistico e paesaggistico. Per determinare la qualità ambientale sono valutati i seguenti aspetti:

  • la presenza di certificazioni ambientali;
  • le evidenze agroambientali rilevanti del territorio;
  • l’analisi dello stato del territorio tramite la valutazione di diversi aspetti ambientali (superficie tutelata, beni paesaggistici, aree agricole ad elevato valore naturale, biodiversità agricola ecc.)
  • le aree protette e i siti censiti ai sensi della direttiva 43/1992/CEE “direttiva Habitat” e facenti parte della Rete Natura 2000.

 

Componente istituzionale

Sono soggetti potenzialmente coinvolti nell’istituzione e nella gestione del distretto biologico le seguenti tipologie di stakeholder:

  • rappresentanze dei soggetti privati operanti nell’ambito distrettuale;
  • rappresentanze delle organizzazioni professionali agricole e biologiche;
  • rappresentanze delle organizzazioni sindacali, della cooperazione, delle associazioni presenti sul territorio;
  • i Comuni, la Provincia, i Gruppi di Azione Locale (GAL);
  • altri Enti pubblici con potere di progettazione e di pianificazione territoriale.

 

Conclusioni

I distretti biologici sono, quindi, delle entità territoriali che superano il concetto di azienda biologica come unità produttiva isolata, rappresentando dei “luoghi” di addensamento e di intreccio delle filiere agroalimentari biologiche, di valorizzazione delle tipicità locali e della qualità ambientale, di sperimentazione di politiche e strumenti efficaci di sviluppo economico e sociale.

Il distretto deve essere concepito, quindi, come uno strumento innovativo di organizzazione territoriale, finalizzato ad incrementare il ruolo multifunzionale del settore primario e a migliorare le performance agro-ambientali di una determinata regione in chiave sostenibile.

 

Bibliografia

Caccioni D., Colombo L. (a cura di) (2012): Manuale del Biologico, Milano, Edagricole - Edizioni Agricole de Il Gruppo 24 ORE SpA.

Farina R., La Regina D., Valenti S., Pierri F., Bonfè C. (2008): Distretto biologico: aspetti agro ambientali. Agriregionieuropa, anno 4, n.12, marzo 2008.

Franco S., Pancino B. (2008): Definizione e individuazione dei distretti biologici: alcune riflessioni introduttive. Agriregionieurpopa, anno 4, n.12, marzo 2008.

SINAB - Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica: Bio in cifre 2012: i dati del biologico italiano.

Valenti S. Pugliese L., (2013). Un distretto biologico nella regione Tiberina. In AA.VV.“Terzo rapporto annuale del Consorzio Tiberina: per un futuro sostenibile della Tiberina, Roma Consorzio Tiberina, pp. 41-43, Terni - Edizioni Punto Uno Srl.

Willer H., Lernoud J., and Kilcher L. (2013): The World of Organic Agriculture. Statistics and Emerging Trends 2013. - FiBL, Frick, and IFOAM, Bonn.

 

infoEAI@enea.it


Gian Felice Clemente, Leonardo Pugliese, Sophia Valenti - FederBio[1]

[1] FederBio è una Federazione di rilevanza nazionale, nata per rappresentare e tutelare il Biologico italiano, favorendone lo sviluppo e promovendone la conoscenza e la più ampia diffusione. Attraverso le organizzazioni attualmente associate, FederBio raggruppa la quasi totalità della rappresentanza del settore biologico, sia a livello nazionale sia regionale, in cui si riconoscono le principali realtà attive in Italia nei settori della produzione, trasformazione, distribuzione, certificazione, normazione e tutela degli interessi degli operatori, dei tecnici e dei consumatori bio.

[2] SINAB - Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica.